Non c’è epoca storica che non abbia bisogno dell’aiuto divino: le rogazioni

Avvenivano nelle campagne tra aprile e maggio

Rogazioni tra Vico Chiesa e Monterole passando per Canneto e Valle attraverso campi e boschi.
Rogazioni tra Vico Chiesa e Monterole passando per Canneto e Valle attraverso campi e boschi.

Le rogazioni (dal latino rogare ossia chiedere) hanno origini molto antiche. Pare risalgano addirittura agli “ambarvali”, una serie di riti che si tenevano nell’antica Roma alla fine di maggio per propiziare la fertilità dei campi, celebrati in onore di Cerere. Esistevano due tipi di quelle feste, quelle pubbliche e quelle private. Le prime si celebravano fuori città con una processione composta dai cittadini romani che possedevano ampi terreni. Quelle private si svolgevano nei villaggi e nelle fattorie fuori Roma, celebrate dai capifamiglia accompagnati dai figli e dai servi.
La Chiesa ha fatto proprio questo rito verso la metà del IV secolo con Papa Liberio. Alla fine del VI secolo con S. Gregorio Magno la Chiesa ha cristianizzato definitivamente le suddette processioni. Del resto la società contadina non si affidava ai filosofi o agli psicanalisti, ma al Cielo. L’agricoltura era nel passato l’attività più diffusa perché in grado di fornire col duro lavoro dei campi i prodotti necessari alla sussistenza. Il cristianesimo ha sempre svolto un ruolo importante nella lotta contro i pericoli che minacciano il mondo rurale per cui i riti sacramentali sono stati usati con finalità penitenziali imploranti protezione. Le rogazioni iniziavano al mattino presto.
I fedeli si riunivano nella chiesa parrocchiale dove il sacerdote celebrava la S. Messa indossando paramenti violacei. Al termine del sacro rito si snodava la processione al canto delle antifone, dei salmi, delle litanie dei santi. Si sceglievano precedentemente i luoghi di campagna in cui fermarsi. Erano presenti le Confraternite, le donne col velo in testa, accompagnate dai bambini e dagli uomini. Il chierico alzava la Croce rivolgendosi ai quattro punti cardinali intonando “A fulgore et tempestate; a peste, fame et bello” a cui il popolo rispondeva “Libera nos, Domine!”.
Indi si continuava “Ut fructus terrae dare et conservare digneris” “Te rogamus, audi nos!”, voci che si affidavano alla Provvidenza con fede semplice e sincera, mentre la natura esplodeva nella sua bellezza con fiori e fragranze su cui scendeva l’acqua benedetta.
Don Pietro Giglio, parroco di Filetto, Mocrone, Malgrate ed Irola, nativo di Zeri, ricorda molto bene quando fin da ragazzo partecipava alle rogazioni. La più importante, detta maggiore, era quella del 25 aprile; le minori si svolgevano nei tre giorni antecedenti l’Ascensione.
E proprio nel giorno dell’Ascensione (in quel periodo era sempre di giovedì) racconta don Pietro che l’intera comunità zerasca, sparsa in varie località, si radunava per salire alla Formentara, un villaggio con abitazioni di pietra comprendente un oratorio dedicato a S. Bartolomeo, adibito ad alpeggio per i tanti pascoli. E proprio ai piedi dell’apostolo e martire Bartolomeo si concludevano le rogazioni con il cuore rivolto a Dio, padrone del Creato e Padre amorevole di ogni creatura.
Pur essendosi affievolite nel rotolare dei calendari, le rogazioni, grazie anche al Papa Giovanni Paolo II, che nel 1984 sottolineò la loro importanza, sono tornate ad essere praticate. Come, ad esempio, a Vico dove nel corso delle rogazioni si fanno brevi soste anche davanti alle maestà, preghiere di pietra o di marmo, intrecciando croci con rami degli alberi facenti parte delle colture, adornate con fronde d’ulivo benedetto, accuratamente sistemate nei campi. A mo’ di protezione divina. Del resto in ogni epoca storica abbiamo sempre bisogno di ricorrere all’aiuto del Cielo.

Ivana Fornesi

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