Dolcezza e rispetto

Domenica 17 maggio – VI di Pasqua
(At 8,5-8.14-17;   1Pt 3,15-18;   Gv 14,15-21)

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Un respiro capace di concentrare il Tutto in un punto solo. L’Onnipotente nel cuore. Come a raccogliere la Vita nel centro dei nostri pensieri, delle nostre decisioni, delle nostre idealità. Adorare Dio nel nostro cuore. Questo suggerisce Pietro nella sua lettera.
E’ l’invito alla costruzione dell’uomo interiore, dell’uomo profondo: l’uomo che ha trovato il centro permanente attorno a cui far gravitare tutto il suo essere: Dio. è invito ad una vita profonda, una vita che custodisce nel cuore tutta la forza dell’atto creatore. Dilatare il cuore per lasciar abitare Dio in noi. è commovente e indispensabile questo primo consiglio del discepolo, pensato per i cristiani in diaspora del suo tempo diventa parola preziosa per cristiani in radicale diaspora che siamo noi.
Cristiani in diaspora che dovremmo essere noi, se solo avessimo il coraggio di riconoscerci tali, uomini e donne con la forza di abitare da stranieri un mondo che non deve essere a nostra immagine e somiglianza ma che deve essere profondamente amato come luogo di contraddizione a cui annunciare la verità che abbiamo intuito.
Vivere nel mondo senza giudicarlo, dare la vita per la giustizia e la verità sapendo che la nostra casa è altrove, che il nostro Regno è Altro. Amare questa storia, quella che siamo chiamati a vivere, con lo stesso stile di Gesù, che ha dato la vita senza aspettare che il mondo intero accogliesse la sua proposta liberante e impegnativa. Dilatare il cuore per costruire la nostra vita attorno al Dio che si dona alla nostra storia. Questa è la radice della speranza. Speranza non è un vago ottimismo da ostentare, speranza non è spingersi fuori dal tempo in attesa di una gioia “di risarcimento”, speranza non è chiudere gli occhi sulle contraddizioni, sugli scandali, sulle povertà del mondo.
La speranza è “in voi”, dice Pietro, la speranza è Dio che abita di un amore definitivo la terra, ogni uomo.
Noi siamo chiamati a stupire il mondo per un amore fedele e completo all’uomo, questo porterà “chiunque” a domandare il segreto della nostra speranza. è splendido. Vivere da cristiani in un mondo straniero è testimoniare una fedeltà radicale all’uomo, costi quel che costi, anche davanti al rifiuto, persino davanti alle persecuzioni.
La speranza cristiana non è quindi uno sguardo utopico che crede che l’uomo sia fondamentalmente buono ma il risultato di un ascolto profondo di un Dio (l’unico buono) che decide di darsi all’uomo.
Noi saremo segno di speranza evangelica in questo nostro mondo solamente quando sapremo costruire la nostra vita sull’esempio di Gesù: il Dio che ama l’uomo fino alla fine. Il Dio che ama qualsiasi uomo. don Alessandro Deho’

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