Ripensare la presenza dei cappellani militari e liberare l’annuncio evangelico della pace

La partecipazione alla parata del 2 giugno interroga la comunità ecclesiale sul ruolo dei sacerdoti assistenti delle forze armate

Palazzo del Quirinale, 5 marzo 2026: il Presidente Mattarella incontra una delegazione dell’Ordinariato Militare per l’Italia in occasione del centenario della fondazione (Foto Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica Italiana)

L’Ordinariato militare italiano ha compiuto 100 anni. Fu nel marzo 1926 che il Regno d’Italia riconobbe l’istituzione, sancita dalla Santa Sede, di un contingente permanente di cappellani militari, divenuto nel 1986 una circoscrizione ecclesiastica assimilata a una diocesi, funzionale al fornire assistenza spirituale ai fedeli presenti nelle forze armate.
L’ordinario militare – un arcivescovo nominato dal Papa – e il clero dell’Ordinariato sono sacerdoti arruolati e equiparati agli ufficiali delle Forze Armate in cui prestano servizio. Per celebrare l’anniversario dell’Ordinariato, i cappellani militari hanno preso parte alla parata del 2 giugno, sfilando in talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri.
Un’esibizione che, secondo l’Ordinariato, voleva essere un riconoscimento pubblico del loro servizio pastorale nelle Forze armate, ma che ha suscitato la reazione di monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della CEI: “La partecipazione dei cappellani militari alla parata la valuto con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno”, ha detto il presule in un’intervista a Repubblica, “non è in discussione la dedizione di tanti cappellani militari, sacerdoti che accompagnano uomini e donne spesso esposti alla solitudine, alla paura, alla distanza dalle famiglie, talvolta anche alla lacerazione morale che nasce davanti alla violenza e alla morte. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze”.

Il Presidente della Repubblica con S.E. mons. Gian Franco Saba, Ordinario Militare per l’Italia il 5 marzo 2026 in occasione del centenario di fondazione (Foto: Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica Italiana)

Il presule ha però sottolineato che inserire in una sfilata militare i cappellani “rischia di produrre un’ambiguità: far apparire il ministero sacerdotale come parte dell’ornamento religioso della forza armata. La Chiesa deve stare accanto alle persone, non dentro l’estetica della guerra”.
Un’apparizione pubblica, quella dei cappellani militari, che non può non trovarci concordi con Pax Christi, secondo il quale “la partecipazione dei cappellani alla parata segna un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità”.
A maggior ragione, una riflessione sulla presenza dei cappellani sui Fori Imperiali si rende necessaria a 60 anni esatti dal processo in cui don Lorenzo Milani fu imputato di incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare per una lettera aperta ai Cappellani Militari della Toscana, che avevano definito l’obiezione di coscienza “estranea al Comandamento cristiano dell’amore e espressione di viltà”.

(Foto: Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica Italiana)

La memoria difensiva del prete fiorentino, passata alla storia come Lettera ai giudici, è ancora un prezioso documento in un momento storico in cui la Chiesa italiana, spinta anche dall’assemblea sinodale, con la recente nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante”, ha aperto esplicitamente alla possibilità di ripensare le forme della presenza dei cappellani militari, parlando di modalità “meno direttamente legate all’appartenenza alla struttura militare”, per garantire maggiore libertà nell’annuncio evangelico della pace.
È un percorso che va nella direzione di quanto già nel 2007 proponeva dalle nostre colonne don Pietro Tarantola, che riteneva che “l’assistenza religiosa è un diritto inalienabile di tutti i cristiani, militari e no, e la Chiesa vi deve provvedere nei limiti del possibile; ed è giusto che Chiesa e Stato si accordino perché tutto si svolga al meglio. Ma senza confusione di ruoli”.
E anche di emolumenti: don Pietro riteneva giusto che i cappellani, dovessero essere retribuiti non dallo Stato in quanto ufficiali, ma dal Sostentamento del Clero come tutti gli altri sacerdoti. La presenza di sacerdoti a sostegno delle truppe risale ai tempi di Costantino, ma i tempi sono maturi per ripensare una missione che, come ha detto mons. Savino, “non è sacralizzare l’apparato militare, ma ricordare, anche dentro contesti difficili, che ogni vita umana resta inviolabile”.

Davide Tondani