“No” di Scozia, Galles e Nord Irlanda a Johnson

Contrari alle scelte del premier. Intanto negli Usa ci sono casi di contagio anche nello staff della Casa Bianca

Il primo ministro inglese Boris Johnson
Il primo ministro inglese Boris Johnson

“Confusione, caos, messa a rischio la vita di milioni di persone”: con queste parole media, sindacati, leader di Scozia, Galles e Nord Irlanda e opposizione hanno accolto l’annuncio di Boris Johnson di domenica 10 maggio di parziale rimozione del lockdown nel Regno Unito. “Chi non può lavorare da casa ed è impiegato nel settore edilizio e della manifattura rientri in ufficio”, ha detto il primo ministro chiedendo, di fatto, a milioni di persone, con solo dodici ore di anticipo, di ritornare in fabbriche e uffici senza che alcuna misura sia stata introdotta per controllare il virus nei luoghi di lavoro e sui trasporti pubblici.
A giugno riapriranno alcune scuole elementari e a luglio bar e ristoranti soltanto se il virus – che viene monitorato con un nuovo sistema Covid Alert System – continuerà a rimanere sotto controllo.
A chiarire che non seguiranno le indicazioni del premier – che ha annunciato che sarà possibile uscire più volte al giorno, per fare sport e incontrare persone a distanza – sono stati i leader di Scozia, Galles e Nord Irlanda che continueranno con la richiesta ai cittadini di “stare a casa”. Johnson invece è passato dallo “stare a casa” allo “state attenti e controllate il virus”.
Lo stesso premier ha presentato un documento con informazioni sulle novità e ha risposto alle domande dei deputati e dei membri del pubblico durante la conferenza stampa quotidiana.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump

In grande difficoltà si trova anche Donald Trump, il leader politicamente più vicino al premier inglese. Nonostante alcuni segnali di rallentamento dei contagi, provenienti soprattutto da New York, continuano ad essere molto alti i numeri dei decessi, che hanno superato ormai la soglia degli 80mila.
Tra i dati che potrebbero portare ad aperte ribellioni alla linea adottata da Trump, tra mille tentennamenti e troppe battute demenziali, ci sono quelli che riguardano gli strati sociali più soggetti alla diffusione del virus. La pandemia, infatti, ha colpito in modo più violento e ha fatto più morti tra gli ispanici e i neri, cioè le persone che svolgono i lavori più umili e più esposte al contagio.
Nonostante i tanti miliardi iniettati nel sistema sotto forma di contributi di sostegno, l’economia Usa, che fino a gennaio andava a gonfie vele, si trova ora a dover affrontare una crisi che ha numeri proporzionati a quelli che da sempre caratterizzano un Paese in cui tutto è gigantesco.
Per esempio, i lavoratori delle compagnie aeree, giunte ormai alla canna del gas, sono incentivati a dimettersi per evitare i licenziamenti dati come inevitabili. La presenza di contagiati anche nello staff della Casa Bianca – il vice presidente Mike Pence e l’esperto scientifico Anthony Fauci si sono posti in quarantena – non aiuta di certo a rendere più distesa la situazione.

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