La Festa dei lavoratori ha riproposto il tema della riduzione dell’orario di lavoro. Un argomento su cui incidono dinamiche economiche e politiche ma anche culturali. Il lavoro dà valore alla persona e di gratificazione personale, ma recenti tendenze lasciano pensare che nuovi valori stiano lentamente modificando il rapporto tra le persone e la loro occupazione.
La recente Festa dei lavoratori, abbondante come ogni anno di riflessioni di breve termine e di più ampio respiro, ha riproposto in alcuni contributi il tema della riduzione dell’orario di lavoro.
Il tema è complesso, ma merita di essere analizzato. Partendo da un confronto europeo: in Italia, secondo i dati OCSE, le ore medie annuali effettive di un lavoratore dipendente sono 1.669, molte di più che in Francia e Gran Bretagna (dove si lavora poco meno di 1.500 ore) o che nei Paesi Bassi (1.417) e in Germania (1.349), per rimanere a paesi tra di loro simili per sviluppo economico.
L’Italia, secondo le indagini europee, sconta una minore diffusione del part-time involontario e a una struttura produttiva basata su piccole imprese dove l’orario lavorativo tende a essere più rigido e prolungato. La Germania, sul versante opposto, beneficia di una enorme diffusione del part-time (soprattutto femminile) e dell’alta produttività oraria.

La produttività è proprio il “convitato di pietra” del dibattito sulle ore lavorate. In Italia la settimana lavorativa è di 40 ore dai rinnovi contrattuali del ‘69-’70, una soglia che, a seguito di una direttiva europea, fu legalizzata nel 2003, con possibilità di arrivare a 48 ore medie su un periodo di 4 mesi attraverso gli straordinari.
I contratti collettivi nazionali possono stabilire una durata inferiore (ad esempio le 36 ore degli statali), ma di fatto l’orario di lavoro di riferimento è oggi lo stesso di quasi 60 anni fa. In questo lasso di tempo i processi produttivi sono stati investiti da due rivoluzioni tecnologiche – quella informatica negli anni ‘70 e ‘80 e quella di internet e dei big data di questa prima parte di secolo – che hanno indiscutibilmente aumentato la produttività del lavoro, senza però contribuire ad una riduzione dell’orario a parità di salario.
Eppure gli economisti sono concordi nell’affermare che è possibile lavorare meno, lavorando tutti, quando la produttività aumenta. Se però i guadagni di produttività si sono trasformati solo in profitti e non in aumenti salariali – l’Italia è l’unico paese europeo dove negli ultimi 30 anni il salario reale è diminuito anziché aumentare – la questione da economica si trasforma in politica.
In altre parole: come è stata governata la grande opportunità dell’innovazione tecnologica? Evidentemente male.
Da un lato aumenti di produttività ancor più marcati sono possibili solo se le imprese fanno investimenti. Ma in un’economia globalizzata investimenti massicci sono possibili solo per grandi imprese, mentre in Italia si difende e si perpetua in modo anacronistico la piccola media impresa a gestione famigliare: nel nostro paese sono il 95% delle imprese, hanno meno di 10 addetti, una scarsa patrimonializzazione e quindi una capacità molto bassa di accedere al credito.
Dall’altro lato, la riduzione del potere d’acquisto dei salari, costringe le persone a lavorare di più per mantenere inalterato il proprio benessere. L’aumento dei lavoratori poveri, effetto dell’indebolimento dei compensi e nella discontinuità e flessibilità del lavoro ha accentuato ancora di più il fenomeno.

Ridurre le ore di lavoro è dunque possibile, con nuove politiche economiche più attente alla distribuzione del reddito prodotto. Ma anche con un cambiamento culturale che deve farsi largo nella società per arrivare alla sfera politica: dalla metà dell’Ottocento si è diffusa l’idea che lavorare è ciò che dà valore a una persona.
La stessa Costituzione italiana ha fatto suo questo principio. Tuttavia l’etica del lavoro è diventata progressivamente anche uno strumento di disciplina, avendo la funzione, tra le altre, di rendere desiderabile ciò che per secoli avevamo considerato degradante. Ambire ad una riduzione del tempo di lavoro non è solo desiderio di ozio, considerato deprecabile nella nostra società anche quando ozio significa tempo dedicato alla cura dello spirito, ma anche un sogno di giustizia sociale: dai tempi della rivoluzione industriale la questione della sostituzione del lavoro umano è inestricabilmente legata al tema delle disuguaglianze.
Ma l’idea di lavorare di meno passa anche per l’allentare i meccanismi che portano, nella società post-industriale, a pensare la professione come elemento di gratificazione personale.
Le dimissioni in assenza di alternative occupazionali, osservate in crescita nell’ultimo decennio in tutti i paesi avanzati, o i casi di rifiuto di lavoro quando questo non rispecchia tutte le caratteristiche desiderate – fenomeno in crescita tra i giovani, molto attenti al valore del tempo e delle relazioni – possono apparire fenomeni deprecabili, visti con il paradigma attuale, ma forse sono i primi segni di una nuova idea di lavoro che si sta consolidando.
Davide Tondani



