Come sta cambiando la figura del medico di medicina generale.
È la branca della medicina che nel complesso dei servizi sanitari ha gli effetti maggiori: riduce la mortalità, migliora la salute generale, abbassa i costi della sanità. Ma mancano all’appello 5.700 medici e il divario si fa più ampio
La Medicina Generale, o Medicina di famiglia, è da tempo la principale porta di accesso al Servizio sanitario. Al contempo, appare la meno valorizzata.
Già nel 2019 il ministro Giorgetti (Governo Conte I) diceva che il mondo del medico di base era finito e che l’imminente pensionamento di 45 mila medici non era una preoccupazione.
Come a molti, anche a lui la medicina generale appariva come burocrazia, certificazioni e ripetizione di ricette: un inutile orpello sostituibile con Google e specialisti. Poi è arrivata la pandemia Covid-19 ed abbiamo scoperto che la medicina generale fronteggiava situazioni complesse in condizioni assai precarie sul piano organizzativo e preventivo.
In realtà la medicina generale vista da vicino è qualcosa di essenziale e di sofisticato insieme: gestione dell’incertezza, complessità clinica, relazione continuativa nel tempo, prevenzione, decisioni rapide con risorse limitate, coordinamento di percorsi diagnostici, presa in carico globale, personalizzazione della cura e prossimità.
È la branca della medicina che nel complesso dei servizi sanitari ha gli effetti maggiori, perché riduce la mortalità, migliora la salute generale e abbassa i costi della sanità, quando è nelle condizioni di ben operare.
Così, nel 2022 il Ministro Speranza (Governo Conte II) col DM 77 ridisegna l’assistenza territoriale. Cuore della riforma sono le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità, chiamate a garantire la sanità di prossimità con l’assistenza domiciliare, la telemedicina e il lavoro in équipe multi-professionali.

Il medico di medicina generale da professionista solitario è posto a perno della rete di cure, lavorando in team con altri professionisti (infermieri, specialisti) e operando nelle Case di Comunità con obblighi di assistenza 12 ore al giorno. La riforma entra nel PNRR, con risorse per 7 miliardi di euro, il quale però ha rigide scadenze. Il piano prevede 2 miliardi per la realizzazione operativa di 1.350 (ora ridotte a 1.038) Case della Comunità “rinnovate ed attrezzate” entro il 30 giugno 2026.
Ora, con comprensibile fretta, il ministro Orazio Schillaci si appresta a portare in Consiglio dei Ministri un decreto urgente che ridisegna le modalità di lavoro dei medici di famiglia, compreso il loro inserimento in case della Comunità. Ma sui contenuti c’è la resistenza di una parte dei medici e tra Governo e Regioni è in corso una trattativa. Il problema non sono solo gli aspetti controversi della riforma e le scelte relative: tra rapporto di dipendenza e di convenzione, tra specializzazione universitaria e formazione regionale autogestita, tra lavoro in equipe e lavoro in solitario.
Perché, anche se nei sondaggi il lavoro del medico di famiglia è ancora apprezzato dagli assistiti, il modello è vissuto ormai come inadeguato e insostenibile. Gran parte del lavoro del medico è ora assorbito da compiti amministrativi, condizionato dalla burocrazia e sottratto all’attività clinica. Sempre meno medici scelgono la medicina di famiglia e sono in aumento le zone carenti mentre aumenta il carico assistenziale (fino a 1.800 assistiti) per quelli in servizio.
Secondo la Fondazione GIMBE mancano 5.700 medici ed il divario tra pensionamenti e ingresso delle nuove leve è sempre più ampio. Ridare valore e capacità di attrazione al lavoro del medico di famiglia, ricondurre la formazione al livello di una scuola di specializzazione, valorizzare competenze cliniche e lavoro in equipe multi-professionali, sono impegni non più rinviabili.
C’è chi teme che col lavoro dipendente si perda il rapporto “di fiducia” con l’assistito. In realtà la fiducia si costruisce quando il cittadino riceve una presa in carico reale, riconoscibile e continuativa, non in base al ruolo giuridico del medico.
Trasformare inoltre il dibattito tra dipendenza e convenzione in uno scontro ideologico tra statalismo e autonomia professionale è una semplificazione fuorviante. Nel frattempo, si sviluppa una nuova sanità sempre più dipendente da piattaforme tecnologiche, software proprietari, telemedicina privata, assicurazioni, fondi sanitari, servizi esternalizzati.
Saranno questi a governare il sistema, più del medico? Al momento, a fronte delle criticità e resistenze, si va verso l’adozione di un decreto limitato ad aprire e rendere operative le Case di Comunità. Gli interventi più strutturali ma più discussi e complessi dal punto di vista normativo sarebbero rinviati ad una successiva contrattazione.
Mentre sarebbe pericoloso accettare passivamente qualsiasi trasformazione, il rischio ora è anche quello di ridurre la riforma ad un semplice “maquillage”, depotenziando le opportunità offerte dal PNRR mentre la progettazione del futuro della medicina territoriale è essenziale per la difesa del Servizio Sanitario Nazionale.
Severino Filippi



