A un anno dall’elezione di Leone XIV, la calma del Papa scambiata per arrendevole discontinuità

“Santa pazienza”, ha titolato in prima pagina, con la consueta genialità, Il Manifesto il 6 maggio, ritraendo un Papa che tiene il suo pastorale con un volto pensoso.
La notizia era quella delle nuove esternazioni di Trump al primo papa statunitense: “Con lui i cattolici sono in pericolo” aveva attaccato l’inquilino della Casa Bianca circa le posizioni della Santa Sede sulla guerra in Iran, ricardando la dose di farneticazioni rivolte a Leone XIV in passato (“è debole in materia di criminalità” e “pessimo in politica estera”, rivendicando in modo bizzarro il merito della sua elezione: “Se io non fossi alla Casa bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”).
Il titolo è quanto mai azzeccato perché la pazienza e la mitezza espresse dal Papa in questo primo anno di pontificato sono state il suo tratto saliente, quasi a confermare le parole della sua prima omelia in Cappella Sistina: “sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato”. Come dire: rigettare protagonismo, potere e strutture e denaro per abbandonarsi a Colui che guida la Chiesa.

In molti, soprattutto fuori dalla Chiesa, hanno interpretato i gesti, le parole, le posture del papa agostiniano, come una discontinuità rispetto al predecessore Francesco. Leone che si presenta con stola e mozzetta, che torna a vivere nel palazzo apostolico, che riceve il presidente israeliano Herzog, che passa i lunedì a Castel Gandolfo, che non prende posizioni nette, sono segni interpretati da molti come un ritorno al passato: per la gioia dei cristiani legati all’idea di un papato ieratico e una Chiesa meno in uscita e per lo sconforto di un mondo laico che, privo di figure di riferimento credibili, avevano elevato Bergoglio a loro campione.
Evidentemente in tanti – da Trump in giù – non hanno capito che la discontinuità tra Leone XIV e Francesco è solo nel temperamento, in quella “santa pazienza” che non apparteneva alla complessa personalità del papa argentino, ma che nei fatti Papa Prevost si è collocato in una linea di sostanziale continuità con il predecessore, sia sulla visione del mondo, sia sull’idea di Chiesa.

In un contesto di comunicazione politica in cui l’opinione pubblica si è assuefatta ai toni muscolari e alle invettive, Leone XIV è stato percepito come pavido, ma gli è bastato l’aver sussurato la parola “inaccettabile” rispetto alle minacce di Trump di spazzare via la civiltà dall’Iran in una notte, per farsi portatore di un messaggio dirompente.
E la frase “il ruolo della chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi lo faccia con la verità” ha mostrato la bussola seguita dal Vescovo di Roma nella sua missione. “Io non ho paura dell’amministrazione Trump, non sono un politico” ha aggiunto in aereo verso Algeri.
Procedendo al suo rientro dall’Africa a nominare due nuovi vescovi statunitensi: un salvadoregno, Evelio Menjivar-Ayala (entrato in gioventù illegalmente negli Usa dopo una marcia nel deserto e una detenzione in Messico) e un afroamericano, Robert Boxie, nominato vescovo ausiliare proprio a Washington, noto per la pubblica condanna agli attacchi ai programmi di diversità, equità e inclusione. Pastori, per dirla con le parole di Papa Francesco, con l’odore delle pecore.
Insomma, Leone XIV prosegue per la sua strada, come ha detto il cardinale Parolin; che è la strada della Chiesa e del Vangelo applicato a questi tempi difficili. Con calma, tenacia e quella “santa pazienza” che spiazza e preoccupa i potenti del mondo.
Davide Tondani



