Per il secondo anno consecutivo non si accendono le pire tra Magra e Verde

“Lo, lo, lo, evviva (o abbasso)…” per il secondo anno consecutivo, a causa della pandemia, i ponti Pompeo Spagnoli e della Cresa, non sentiranno risuonare questo grido che i sostenitori dei fuochisti di San Nicolò o di San Geminiano, intonano in attesa che si compia il rito dell’accensione della pira lungo il greto del fiume Magra o del torrente Verde. Una liturgia popolare arcaica, che torna ogni anno, il 17 e il 31 gennaio, a riscaldare i cuori dei parrocchiani di San Nicolò e del Duomo, pronti con cori da stadio ad inneggiare quelle plastiche frustate di luce per provare a sigillare la superiorità scenica dell’evento.
E poi non si può non citare l’ironica penna di Pasquin, che in un articolo apparso sul nostro settimanale nel 1955 (brano pubblicato anche nel libro “La Cresa”) racconta di quando alcuni rappresentanti di San Nicolò si inerpicarono lungo Sant’Ilario cercando di dare fuoco alla catasta di legna raccolta dai loro avversari. A difesa della pira c’era tale “Babin”, che si mise di guardia indossando il piviale e la mitra della statua di Sant’Ilario. Illuminato solo dalle torce, ai ragazzi di San Nicolò parve sicuramente una visione spettrale e, come racconta Pasquin, “tacca a scapare a testa bassa senza sapere gnanca dove metteva i piedi e cammina cammina va proprio a sbattere in braccia al M° Pioli. Peggio di così non ci poteva capitare! Ha chiappato più sculaccioni lui quel giorno che tutta la quarta elementare in un anno”.
Insomma ogni mezzo era più che legittimo per far trionfare la propria parte. Del resto tutta la storia dei falò è in questa rivalità, in questo dualismo innato, in questa voglia di far primeggiare il proprio rione. Perché guardando con gli occhi della razionalità è quasi incomprensibile chi si affanna (magari prendendosi giorni di ferie dal lavoro) a cercare legna in fredde giornate autunnali o chi è disposto a passare intere sere all’addiaccio per difendere il suo prezioso patrimonio di legno dal tentativo di attacco dei contendenti. Le parole che vengono alla mente sono quindi “quei pazzi”, “quei folli”. Eppure quel falò che dura solo pochi minuti e poi viene trascinato via dalla forza del vento diventa lo specchio di un’intera storia, di un’intera comunità.
Una sfida che, dopo una fase di appannamento negli anni ’70 e ’80, ha saputo nuovamente richiamare attenzione, anche da un punto di vista turistico, tanto che nel 2006 è nata l’associazione “I falò d’ Puntremal” per mantenere e valorizzare la tradizione dei falò. Associazione sorta dopo che le storiche e inevitabili diffidenze tra le due parti, sono state “affogate” in abbondanti mescite di vini nostrali e “ammorbidite” da generose fette di salumi locali. Dimostrazione che al di là del legittimo tifo di parte si possono unire gli intenti per far crescere Pontremoli.



