La lunga storia dei Malaspina marchesi in Lunigiana

A ottocento anni dall’insediamento della dinastia marchionale nel nostro territorio

Il castello Malaspina a Borgo di Castevoli

Di questi giorni ottocento anni fa si stava preparando l’insediamento della famiglia Malaspina in Lunigiana. É un evento che ha inciso moltissimo sulla storia e sull’economia del territorio e anche su aspetti antropologici della sua gente.
I Malaspina come gli Este, i Pallavicini e i Pallodi discendevano da quattro figli di Oberto, marchese con investitura feudale dell’imperatore Ottone I di Sassonia (sec. X), che ebbero in eredità anche il territorio Lunense, bene allodiale riconosciuto come proprietà privata. La storia dei Malaspina è come le altre complessa, è stato possibile ricostruirla attingendo soprattutto come fece Eugenio Branchi nella sua Storia della Lunigiana feudale (Pistoia 1897) alla monumentale ricerca di fonti su base scientifica di L. A. Muratori (1672-1750).

Il castello Malaspina di Oramala in Val di Nizza nel pavese

L’ampia marca delle quattro famiglie obertenghe si estendeva nelle terre nordoccidentali italiane, erano di necessità ghibellini in quanto investiti di potere feudale dall’imperatore. Nell’Italia del nord e del centro (e anche nelle Fiandre) dal sec. XII si affermava l’originale istituzione politica dei Comuni medioevali autogovernati dal nuovo ceto sociale della borghesia (dal tedesco burg = città) produttrice di manufatti per i mercati e di servizi professionali, e integrata col contado (da cui contadino) che produce i beni alimentari. Le città, risorte dalle rovine dell’alto Medioevo o di nuova fondazione, stringono fra loro Lega e lottano contro la nobiltà feudale e contro gli imperatori, che calano in Italia nel vano tentativo di ripristinare la loro autorità.
I Malaspina hanno parte importante in questo contesto di mutamenti della struttura politica, stringono opportune alleanze: con Parma contro Piacenza, nel nostro ambito locale controllano Grondola, ma presto lo perdono e si rompe l’anello di comunicazione tra il Genovesato, la Lunigiana e la Lombardia, che a lungo era stato importante per la loro potenza.

Il castello Malaspina di Fosdinovo in una foto dei primi decenni del Novecento

Ripetute contese si fermarono con una mediazione pontificia che portò nel 1189 alla pace tra Parma, Piacenza e i Malaspina, che soverchiati dovettero di necessità cedere alla città libera di Piacenza sostenuta dai Comuni della Lega Lombarda tutte le ragioni e i beni feudali e allodiali che possedevano in val Taro, in val Ena, Bardone, Borgo San Donnino (ora Fidenza).
Calmate tante intestine discordie e ridotta la discendenza ai soli due eredi Opizzino e Corrado detto l’Antico, non volendo più la comunione dei beni, secondo la legge longobarda, che dava pari diritto di eredità a tutti i figli maschi, vollero dividere l’asse feudale paterno e in Sant’Andrea a Parma il 28 agosto 1221, accatastati i beni che avevano nei vescovadi di Genova, Brugnato e Luni, firmarono la divisione. La parte maggiore era il territorio Lunense, vennero ad abitarvi rimanendo signori fino al 1797, quando i feudi furono soppressi da Napoleone.
Dopo quasi sei secoli di regime feudale lasciarono una Lunigiana divisa in molti microfeudi: un forte frazionamento che ha generato un campanilismo che ostacola ancora molto attività condivise e cooperative. Non nacquero liberi Comuni (Pontremoli presto passò sotto forestieri), non si formò una borghesia imprenditrice mancando una vicina città che fosse volano di sviluppo. Con poche pianure fertili fu attraversata da eserciti predatori, da mercanti e pellegrini che pagavano pedaggio ai feudatari o agli enti monastici.
Lo storico Giorgio Pellegrinetti scrive che le popolazioni viventi nei feudi lunigianesi, pur in condizioni di estrema miseria, sempre in lotta con la fame, erano tuttavia attaccate al loro arcaico modo di vivere ed avverse ad ogni novità.
Qualche ventata di rinnovamento era sentita solo da singole persone quali Giovanni Fantoni il poeta arcade e giacobino di Fivizzano o Azzo Giacinto, unico dei Malaspina ammiratore della rivoluzione francese: sincero o opportunista?

Alcuni Malaspina furono cultori di arte e scienza

Alcuni Malaspina si sono distinti nel dare ospitalità ai poeti: Moroello di Giovagallo accoglie Dante e diventa suo amico, Franceschino di Mulazzo ospita l’esule Cino da Pistoia poeta che come Dante concepiva l’amore come principio di virtù e nobiltà, così già l’avevano cantato i poeti provenzali, alcuni ospitati durante la crociata contro i Catari o Albigesi all’inizio del sec. XIII da Alberto Malaspina ancora ad Oramala e lui stesso poeta di un certo pregio. I Malaspina ebbero il “pregio della borsa e della spada”, agirono con coraggio ed onore nella lode di Dante.
Un personaggio importante è Ippolito Malaspina (1540 – 1625) dei marchesi di Fosdinovo che fece carriera militare iscrivendosi all’Ordine dei Cavalieri di Malta e infine ne divenne Gran Maestro. Fu protettore del Caravaggio quando si rifugiò a Malta per sfuggire a condanna penale, forse aveva conosciuto il grande pittore a Roma e lo aiutò a riparare alla Valletta.
Il Malaspina più celebre nel mondo è però Alessandro, scienziato, grande navigatore al servizio della Marina di Spagna, esploratore di tutta la costa americana su Pacifico dalla Patagonia all’Alaska nella grande spedizione dal 1789 al 1794. Come Colombo dai giorni di gloria passò al carcere vittima di intrighi di corte, graziato per intervento di Napoleone, morì nel 1810 in mezzo a tristezze familiari e politiche in una modesta casa in via Malaspina a Pontremoli . Gli fu intitolato l’Istituto Magistrale nel 1936, la sua figura e la sua statura di scienziato, formatosi a Roma, ha avuto pieno risalto in tempi attuali grazie alle accurate ricerche del compianto Dario Manfredi, da lui raccolte nell’Archivio e Museo Malaspina a Mulazzo.
A Pontremoli la cappella in Duomo del SS. Sacramento fu edificata nel 1828 su disegno di Tommaso Malaspina. Chiudiamo in bellezza con Annetta Malaspina marchesa al castello di Bastia di Licciana: era bellissima, splendeva nella mondanità della corte a Parma, fu cantata dal poeta Vincenzo Monti.

Maria Luisa Simoncelli

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