L’ Albania e la politica espansionista fascista

Secolari rapporti di buona vicinanza interrotti dalla politica di Mussolini che annette il Paese nell’aprile 1939

Aprile 1939: navi della Marina Militare italiana trasportano gli Alpini in Albania
Aprile 1939: navi della Marina Militare italiana trasportano gli Alpini in Albania

L’Albania è un piccolo paese sull’altra sponda adriatica a poche miglia marine dalla costa pugliese e collegato inevitabilmente all’Italia da tempi remoti. A scuola imparavamo che si chiamò Illiria, Epiro, non riuscì a sfuggire al dominio di Roma, abbiamo individuato sulla carta geografica l’importanza del porto di Dirachium (Durazzo) traducendo brani del “De bello civili” di Cesare.
La posizione strategica sul canale d’Otranto di essere chiave e porta d’ingresso nel mar Adriatico e testa di ponte nei Balcani l’ha come destinata ad essere terra di conquista: Romani, Bizantini, Angioini, Veneziani e Turchi dal Quattrocento al primo Novecento. A nulla valse la resistenza dell’eroe nazionale Skanderberg (1444-1467); per sfuggire ai turchi molti albanesi si rifugiarono nel Sud d’Italia; ancora oggi ci sono paesi in Puglia, Calabria, Sicilia in cui si parlano dialetti albanesi, ci sono toponimi tipo Piana degli Albanesi, si praticano liturgie greco ortodosse.

Primavera 1939: soldati italiani in Albania
Primavera 1939: soldati italiani in Albania

L’indipendenza dell’Albania ha una prima data nel 1913 ottenuta dopo due guerre nei Balcani, passa al protettorato italiano nel 1917; torna indipendente dopo la sconfitta dell‘impero ottomano nella Grande Guerra, la neonata repubblica viene travolta dal colpo di stato di Zogu che si proclama re, esponente dell’oligarchia agraria conservatrice, di fatto un dittatore.
Poi arrivano gli italiani che in cinque giorni dal 7 al 12 aprile 1939 annettono il paese come regno in unione personale con l’ineffabile Vittorio Emanuele III che diventa anche re d’Albania. Mussolini non voleva rimanere con le mani in mano mentre il suo alleato tedesco aveva preso Austria e Cecoslovacchia.

Mezzi militari italiani in Albania
Mezzi militari italiani in Albania

L’occupazione italiana dell’Albania durò fino al 1943, fu base per invadere la Grecia, impresa annunciata con le parole vuote e arroganti “spezzeremo le reni alla Grecia”, invece fu un disastro, l’esercito italiano dovette fare i conti con un massiccio e letale contagio di malaria e con una forte resistenza dei greci e ci volle l’intervento tedesco per tirarlo fuori.
Furono soprattutto gli alpini della divisione Julia e Tridentina a fare la guerra d’Albania e Grecia, costretti ad affrontare condizioni durissime senza indispensabili e adeguati mezzi ed equipaggiamenti. Un documento drammatico di quei tempi del sangue è il libro vincitore del Premio Bancarella 1964 “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, che visse la guerra sul fronte d’Albania (tempo primo del libro) e poi di Russia. “In Albania era un continuo macello, il fronte ingoiava reggimenti su reggimenti, il mare era infestato da sottomarini nemici inglesi”: una frase che dice tutto.

Nell’emergenza della pandemia la piccol
e non ricca Albania ha portato aiuto all’Italia

Ha avuto molta risonanza l’atto generoso del presidente della Repubblica albanese che ha inviato trenta tra medici e infermieri all’Italia in grave difficoltà. Un atto umanissimo di civiltà vera, di grande stile. Hanno prevalso legami consolidati nel tempo lungo della storia, non logorati dalla guerra fascista di ottanta anni fa, il presidente Edi Rama ha detto che per la grande maggioranza degli albanesi l’Italia è una seconda patria.
Il paese ha trovato la democrazia solo da pochi anni, dopo una lunga dittatura di Enver Hoxha che liberò il paese dai nazifascisti, comunista prima legato a Stalin, poi a Mao, ma ruppe con entrambi e rese l’Albania isolata dal mondo, praticò una autarchia xenofoba con conseguente stagnazione economica e produttiva fino alla sua morte nel 1985.

Immigrati albanesi sbarcati nel porto di Bari nell'agosto 1991
Immigrati albanesi sbarcati nel porto di Bari nell’agosto 1991

La caduta del comunismo nel 1989 fece crollare anche le istituzioni albanesi e tutto il sistema sociale, per sfuggire a disoccupazione e miseria l’unica via d’uscita fu l’emigrazione, soprattutto verso l’Italia e la Grecia. Per molti è ancora impressionante richiamare alla mente l’immagine di un barcone pieno all’inverosimile di albanesi arrivati al porto di Brindisi nel 1991. Col ricorso al sistema del libero voto, cardine della democrazia, finalmente l’Albania poté fare elezioni politiche che diedero la vittoria al partito democratico, ma nel 1997 l’azione spregiudicata di alcune società finanziarie provocò speculazioni gravi che scatenarono la protesta armata dei cittadini con rischio concreto e immediato di guerra civile.
Tornarono le emigrazioni verso l’Italia. Un nuovo governo di socialisti coalizzato con altre forze di sinistra si è impegnato molto a ricostruire la pace sociale e a realizzare un discreto rilancio economico. è stata votata una nuova costituzione, abolita la pena di morte, e grande impulso ha avuto l’azione educativa della scuola e della cultura in un paese che nel 1945 registrava l’80% di analfabeti.
La repubblica parlamentare di Albania tratta per l’ingresso nella Nato e ancor più per associarsi all’Unione europea. Gli albanesi emigrati si sono ben integrati in Italia, come possiamo constatare nel nostro territorio, hanno avviato regolari attività soprattutto nell’edilizia, prestano cura agli anziani, vivono insieme a noi in buona relazione, fugando le iniziali diffidenze di quando un gruppo fu ospitato nel vecchio ospedale di Pontremoli e in altre parti. Molti sono tornati nella loro patria.
Sono buone le relazioni politiche fra i due Stati che dal 2004 collaborano per contrastare le mafie. Abbiamo letto il giorno di Pasqua sul quotidiano La Repubblica un profondo e lungo articolo del molto importante filosofo tedesco Jurgen Habermas: l’essenza delle sue analisi a largo raggio ha per sintesi che “l’unica terapia contro i danni delle pandemie e del “capitalismo maturo” è la solidarietà”.

Maria Luisa Simoncelli

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