Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi

Domenica 16 settembre, XXIV del Tempo Ordinario
(Is 50,5-9;  Giac 2,14-18;  Mc 8,27-35)

gesu_apostoliGesù parte da Betsaida e si incammina verso nord con i suoi discepoli. È diretto ad una città pagana, che anticamente si chiamava Panion, in onore del dio Pan. Il tetrarca Filippo l’aveva ingrandita, e abbellita, rinominandola, con un po’ di piaggeria, Cesarea, in onore di Augusto. Si trovava alle sorgenti del Giordano, al confine tra giudei e pagani. Molto lontano da Gerusalemme.
Proprio qui, camminando per strada, il Figlio chiede informazioni sul proprio conto. Interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. La domanda è un’azione mai conclusa: comunicare significa fare domande. Gesù non è uno che dà delle risposte, ma apre la mia vita a domande sempre nuove. Ogni giorno siamo chiamati a dire chi è Gesù per noi, e la risposta deve essere personale. Siamo all’aperto, lungo la strada, in un luogo malsicuro e frequentato da miscredenti, Lui sceglie proprio questo posto per dire le cose più importanti.
I discepoli rispondono: “Giovanni il Battista… Elia… uno dei profeti”. Evidentemente girava la voce che Gesù fosse il Battista ritornato dai morti, e che per questo poteva compiere miracoli. Elia era scomparso in circostanze misteriose, e il suo corpo non era stato più ritrovato. Secondo la tradizione, sarebbe ritornato sulla terra in prossimità degli ultimi tempi. Uno dei profeti è uno che parla in nome di Dio, come i profeti del passato. “Ma voi, chi dite che io sia?”.
Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. Per Pietro e per i discepoli, non ci sono dubbi: il Maestro è il Messia, ‘l’unto del Signore’ predetto nelle Scritture, la cui venuta segnerà il ritorno del Regno di Israele.
Gesù è il Cristo, in questo Pietro ha ragione, ma il suo destino è un altro, e in apparenza molto meno glorioso: “cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Al destino di sofferenza e di morte del Figlio dell’uomo è dedicato più spazio che alla sua vittoria. Questa però, al termine del suo cammino, arriva. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo.
Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Pietro, per il momento, è incapace di andare più in profondità, non riesce ad accettare il fatto che Dio non sia un vincente, e che debba soffrire, essere tradito, morire, risorgere.
L’idea della passione lo spinge alla protesta. Ma Gesù lo chiama addirittura Satana, ‘nemico’. Quella di Pietro è una tentazione pericolosa. Il pericolo più grave è rifiutare il Crocifisso. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Chi decide per la sequela, deve, prima di tutto, rinnegare se stesso, porre Gesù al di sopra dei propri desideri e dei propri progetti. Poi è necessaria la disponibilità ad accettare la croce. “Colui che perde la sua vita a causa mia e del vangelo, la salverà.” Il Vangelo non è un libro, è una persona: non lo abbiamo il Figlio qui, fisicamente in mezzo a noi, però abbiamo il vangelo, la sua Parola, e tutte le volte che lo prendiamo in mano scopriamo il volto di Dio.

Pierantonio e Davide Furfori

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