Domenica 7 dicembre – Seconda di Avvento
(Is 2,1-5 Rm 13,11-14a Mt 24,37-44)
L’imminenza della venuta del Signore ci deve spronare alla conversione. Dobbiamo preparare la via del Signore, la Sua dimora che siamo noi “verremo da lui e dimoreremo presso di lui” (Gv14,23). Prepararsi per ogni evenienza è la disciplina per vivere al meglio questo tempo di grazia, ragione in più quando si tratta dell’eternità beata, non della precarietà delle cose del mondo. Siamo chiamati in questa domenica a riconsiderare il bene maggiore che è in gioco per trovare il giusto stimolo per la conversione.
Giovanni il Battista ne è un esempio. Per poter annunciare la venuta del Messia ha capito non solo quanto è importante l’impegno ma anche quanto è necessario operare una certa violenza sulla debolezza del corpo, “lo spirito è forte ma il corpo è debole” (Mt26,41). Pertanto, ha cercato di non lasciare i naturali desideri del corpo dominare sul lecito desiderio dell’anima che è quello di “abitare nella casa dell’eterno per lunghi giorni” (Sal 23,6).
Per la vita eterna vale la pena di trovare quel compromesso a breve termine. “Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18). Chi è veramente libero e non schiavo dei propri desideri, riesce a viverli bene indirizzandoli al Sommo Bene, e riesce a raggiungere il vero godimento.
Non crediate di poter dire “abbiamo Abramo per Padre”
Giovanni il Battista ha trovato il modo di assecondare la grazia divina di cui è investito. Ha scelto di vivere un’austerità che mantiene forte la sua interiorità. La disciplina, ecco, è il modo che sceglie per portare meglio a termine il suo compito. Non si adagia affatto sull’essere investito di una grazia divina, ma capisce che portando un tesoro immenso in un “vaso d’argilla”, solo la prudenza e la “violenza” su sé stesso potranno destarlo, per vegliare in un cammino di continua conversione. La ricorrenza annuale di questo tempo forte ne è una prova.
La conversione non è questione di una volta per sempre, ma è un continuo mettersi all’ascolto di sé stessi e di Dio. Non è mai acquisita una volta per tutte. Per di più non sapendo il giorno in cui verrà il Signore a visitarci, occorre vivere ogni istante come fosse l’ultimo. È illusorio scambiare l’essere credente con l’essere salvato. “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano” (Mt15,8).
Senza dubbio se crediamo, siamo sulla giusta strada, ma se quella fede non porta frutti è sterile e non serve a niente. Abbiamo ricevuto il dono della fede, e il dono per sua natura ci spinge a imparare a ricevere ed è la virtù della modestia, ma più ancora ci spinge a donare onorando il beneficiario, ed è qui la virtù della magnanimità.
Tale reciprocità spezza la dissimmetria del dono senza spirito di ritorno attraverso la riconoscenza. Non c’è una corsia preferenziale per nessuno. Giovanni stesso ne è consapevole, lui, cugino di Gesù e mandato a preparare la via per il Messia, non si illude dell’impegno che comporta ogni cammino verso la salvezza. Parla chiaro con i Farisei: non illudetevi, avere come padre Abramo non basta, non è il nome, la posizione sociale, l’incarico che si svolge all’interno della chiesa o qualsiasi rapporto con Dio che salva: se tutto ciò non produce buoni frutti, non avremo parte alla vita eterna.
Entriamo nel vivo dell’avvento e se vogliamo prepararci ad accogliere il Signore che viene nella nostra vita, dobbiamo continuare l’esercizio spirituale e questa volta ingranando un po’ di più, andando sul concreto mediante un esame di coscienza sincero e, con tutta l’energia che ci è rimasta, il lavoro di purificazione.
Dovremo anche cercare di individuare le fragilità che quasi quotidianamente portiamo, accettare che facciano parte della nostra vita, della nostra storia, per potere alla fine offrirle al Signore come nel giorno del battesimo, lasciare tutto nelle Sue mani chiedendo la forza e la grazia di viverle in modo diverso come punto di partenza e di forza.
don Jules Ganlaky



