Di fronte alle tensioni geopolitiche mondiali il sistema energetico italiano è impreparato, con un mercato del gas ostaggio della speculazione, i mancati investimenti italiani sulle rinnovabili e i colli di bottiglia della rete. Il conto, con i rincari in bolletta, lo pagano cittadini e imprese.

L’allarme per la risalita dei prezzi dell’energia dovuta alla guerra in Iran e alla paralisi dei transiti marittimi nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale degli approvvigionamenti petroliferi e di gas del mondo intero, si è concretizzato con l’impennata dei prezzi dei carburanti alla pompa.
Ma presto si manifesterà anche nelle bollette di luce e gas di utenze domestiche e imprese, con il rischio concreto di una ripresa dell’inflazione e una crisi produttiva come già accaduto nel 2022, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina.
Ma qual è la “cinghia di trasmissione” che trasforma le tensioni geopolitiche globali conseguenti all’attacco israelo-statunitense all’Iran in prezzi più alti? Per comprenderlo occorre descrivere come funziona il mercato dell’energia in Europa.
Per prima cosa, in tutti i paesi europei esiste una “borsa” dell’elettricità, che funziona come una borsa valori e sulla quale si determina il prezzo dell’energia. In Italia è gestita dal Gestore dei Mercati Energetici (GME), una società pubblica presso la quale ogni giorno i produttori di energia e i fornitori (chi la compra per i consumatori) inviano le loro offerte per ogni singola ora del giorno successivo. Incrociando la domanda di energia con il prezzo dell’offerta, che è influenzato dal costo delle materie prime, si determina il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dell’energia, che riflette in tempo reale la scarsità o l’abbondanza di energia: ad esempio, il prezzo di un kilowatt si abbassa nelle ore centrali di una domenica soleggiata, mentre si alza nelle ore di massima domanda dei giorni lavorativi invernali.
Anche se ogni Stato ha il proprio mercato elettrico, dal 2014 quasi tutte le borse elettriche d’Europa sono collegate: ogni giorno, le borse nazionali inviano i loro dati a un algoritmo che osserva dove l’energia costa meno, verifica quanta capacità c’è sugli elettrodotti che collegano i vari paesi e “sposta” l’energia dai paesi a basso prezzo verso quelli ad alto prezzo.
In teoria questo dovrebbe garantire un prezzo unico dell’energia “all’ingrosso” in Europa. Ma questo non accade facilmente: se gli elettrodotti sono liberi (ad esempio nei momenti di bassa domanda) il trasferimento di corrente avviene con facilità e si ha un prezzo unico. Ma se la rete è satura e, ad esempio, l’Italia ha bisogno di più energia di quanta i cavi con l’estero possano trasportarne, il GME deve “accendere” delle centrali nel paese e il prezzo italiano diventando più alto di quello europeo. L’algoritmo acquista dai produttori l’energia in base al costo di produzione, partendo dalle fonti con i costi marginali più bassi (rinnovabili e nucleare) per poi salire a quelle più care, cioè le fonti fossili.
Ma ora per ora, il prezzo a cui il kilowatt viene pagato ai produttori è stabilito dall’ultima centrale necessaria a coprire l’ultimo kilowatt richiesto. Esemplificando: se per soddisfare la domanda basta il sole, il prezzo sarà molto basso.
Se la domanda è alta e serve accendere una centrale a gas, tutta l’energia scambiata in quell’ora verrà pagata al prezzo del gas. È un sistema che incentiva chi produce a costi bassi, premiando le rinnovabili, i cui produttori guadagnano di più. Il problema è dunque il prezzo del gas, il cui prezzo viene definito da una borsa telematica con sede ad Amsterdam, il TTF.
Il problema di questo mercato è che le società energetiche che vi partecipano sono una minoranza rispetto alle società finanziarie che sulla stessa piazza scommettono sul prezzo futuro dell’elettricità creando un effetto che distacca il prezzo dal reale valore della materia prima.
Il risultato è un danno diretto per l’economia reale: ad ogni tensione geopolitica si assiste a bollette di luce e gas alle stelle per i cittadini, inflazione importata e industrie costrette a fermare la produzione per insostenibilità dei costi energetici, nuova spesa pubblica per alleviare i maggiori costi.
Affidare alla finanza speculativa il prezzo del gas è stata una scelta della UE rispetto alla quale i tentativi di riforma sono flebili e lente sono le trattative per sganciare il prezzo delle rinnovabili da quello del gas.
A soffrire di più in Europa della situazione è l’Italia, in cui il prezzo del gas determina la tariffa elettrica in circa l’89% delle ore; in Spagna, paese con caratteristiche analoghe all’Italia, una presenza di solare ed eolico superiore alla nostra e regole specifiche riescono a mantenere prezzi spesso più bassi del resto d’Europa.
(Davide Tondani)



