A distanza di 13 mesi torna a farsi concreta l’ipotesi di istituire a Pallerone un Centro di Permanenza per il Rimpatrio

Foto ANSA / SIR
L’ipotesi dell’apertura di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sul nostro territorio non è soltanto una scelta politica che ci vede fermamente contrari; è, prima di tutto, una dichiarazione di guerra alla realtà dei fatti.
Come operatori del settore, impegnati quotidianamente nella gestione delle fragilità, non possiamo tacere di fronte a quella che appare come l’ennesima bandierina ideologica piantata su un terreno già profondamente provato.
La retorica dei rimpatri contro i numeri della realtà.
La narrazione del governo e del Ministro Piantedosi continua a vendere i CPR come la panacea per la gestione dell’irregolarità.

Tuttavia, i dati smentiscono categoricamente l’efficacia di queste strutture. Gestire un CPR è un’operazione economicamente insostenibile: parliamo di costi di gestione altissimi a fronte di una percentuale di rimpatri effettivi che raramente supera il 40-50%. La maggior parte delle persone trattenute, dopo mesi di “detenzione amministrativa” in condizioni spesso degradanti e prive di standard minimi di dignità, viene rilasciata con un semplice foglio di via.
Perché accade questo? Perché i rimpatri dipendono da accordi bilaterali con i paesi d’origine, molti dei quali sono inesistenti o inapplicabili. Costruire mura più alte non serve a nulla se non c’è un porto dove riportare chi è trattenuto.
È un “piglio retorico” che costa milioni di euro ai contribuenti, risorse che vengono sottratte al welfare e all’accoglienza costruttiva.

L’impatto devastante sul sistema locale: il caso Lunigiana.
Ciò che preoccupa maggiormente, oltre all’inefficacia del modello, è la totale cecità del Ministero dell’Interno rispetto all’impatto sui servizi locali. Un CPR non è un’isola deserta; è una struttura che insiste su un tessuto sociale e sanitario. In territori come la Lunigiana, dove la Società della Salute e i presidi sanitari periferici già lottano con carenze di organico e risorse, l’apertura di un centro di detenzione rappresenterebbe il colpo di grazia.
Chi si farà carico delle urgenze psichiatriche, delle patologie pregresse e dei traumi dei trattenuti? Graveranno inevitabilmente sui nostri pronto soccorso e sui servizi sociali locali, già allo stremo. Si ignora deliberatamente che la sicurezza di una comunità non si garantisce segregando persone, ma rafforzando i servizi che tengono insieme il corpo sociale.

L’accoglienza non è detenzione: facciamo chiarezza.
È fondamentale fare chiarezza terminologica per non cadere nella trappola della confusione alimentata dalla propaganda. Esistono modelli che funzionano e modelli che distruggono. Il sistema attuale si divide principalmente in tre realtà.
La prima è quella dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS): strutture nate per l’emergenza che, purtroppo, sono diventate la norma. Sono spesso grandi centri oppure accoglienza diffusa (appartamenti sparsi sul territorio, che è la soluzione migliore per l’integrazione) gestite da enti del terzo settore come coop sociali in collaborazione con le Prefetture.

La seconda è quella del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI): è il fiore all’occhiello dell’accoglienza italiana, gestito dagli enti locali: nel nostro territorio esistono il Sai per famiglie con Carrara come comune capofila e Montignoso come comune partner e il SAI Lunigiana per uomini soli. Qui si lavora su piccoli numeri, in appartamenti, con percorsi di alfabetizzazione, formazione e inserimento lavorativo, verso l’autonomia lavorativa e abitativa. Il SAI trasforma il migrante da “carico sociale” a risorsa per la comunità.
Vi sono infine i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR): non sono luoghi di accoglienza, ma di detenzione. Non si entra perché si è commesso un reato, ma per un illecito amministrativo. È un unicum giuridico che trasforma la condizione di migrante in una colpa da espiare in celle, spesso senza le garanzie costituzionali del sistema carcerario ordinario.
Una scelta di civiltà
Come Casa di Betania, crediamo che la sicurezza si faccia con l’integrazione, non con la reclusione. Sostituire i percorsi di inclusione del SAI con le sbarre di un CPR significa condannare il territorio al degrado e alla tensione sociale. Chiediamo alle istituzioni locali di fare muro contro questa deriva: non abbiamo bisogno di prigioni per innocenti, ma di investimenti sulla Società della Salute, sul lavoro e sulla dignità umana. La Lunigiana merita di meglio che diventare il terminale di una politica fallimentare e inutilmente costosa.
Giulia Severi
presidente Coop Casa di Betania servizi SCS
Carrara



