Per far nascere una storia

Domenica 9 ottobre – XXVIII del tempo ordinario
(2Re 5,14-17 – 2Tm 2,8-13 – Lc 17,11-19)

Ad ogni passo Gerusalemme è più vicina. Si avvicinano la passione, il sacrificio, la croce e la resurrezione. Si avvicina, passo dopo passo, il dolore del tradimento e l’eternità del perdono. Si avvicina, Gerusalemme, perché Gesù le cammina, volontariamente, incontro. E camminando attraversa la Samaria e la Galilea. Che non sono solo due appunti geografici. Samaria è luogo simbolico dell’infedeltà, Galilea quello della quotidianità. E allora i primi due versetti del Vangelo di oggi sono già prezioso testamento dello stile di vita del maestro: Gesù è colui che cammina verso il dono di sé attraversando la quotidiana fragilità di ogni uomo. Per proporre spazi di salvezza. E attraversando il fragile quotidiano il Dolore non si fa attendere. Quando scegli di implicarti entrando nella storia dell’uomo non puoi evitare che il dolore ti cammini incontro: in cerca di una risposta, forse di una guarigione, sicuramente di uno sguardo. E Gesù vede, da lontano, ma vede. Il dolore si ferma a distanza. Perché il dolore vero non è la lebbra, non è la carne che muore mentre tu ancora respiri, nemmeno il tuo volto deturpato è vero dolore: dolore è la distanza. Quella che si crea tra il lebbroso e i suoi affetti. Quella che si apre tra il malato e il villaggio. Tra il malato e il mondo. Vero dolore è il silenzio, è non essere accolti, è essere respinti. Dolore profondo, piaga dell’anima. Dolore vero è non essere considerato più uomo. Questa è la lebbra. Perdere la propria umanità. Perderla negli occhi degli altri. Perderla, di conseguenza, anche nell’intimo di se stessi.
Disumanizzarsi, questa è la lebbra che colpisce anche oggi. Ecco perché stanno a distanza, stavolta però i dieci sono, prima di tutto, “visti”. C’è uno sguardo, quello di Gesù, che accoglie come carezza. Sguardo che non fugge, che non si spaventa, che non giudica. Sguardo che è principio di umanità. Noi diventiamo uomini se siamo, prima di tutto, guardati con occhi buoni. La culla del nostro essere uomini è in una rete di sguardi che ci hanno avvolto dal momento del parto a quello delle varie rinascite che hanno accompagnato la nostra vita. Non essere guardati da nessuno è la nostra lebbra. Che i nostri occhi sappiano vedere da lontano. Come gli occhi di Gesù. Sappiano colmare le distanze, sappiano comprendere, cioè avvolgere di tenerezza il grido di dolore dell’umanità ferita. Non si avvicinano nemmeno a Gesù i dieci lebbrosi, basta lo sguardo. Uno sguardo e una promessa. Andate dai sacerdoti. Si andava dai sacerdoti per essere riammessi nella società, solo loro potevano certificare l’avvenuta guarigione. Una guarigione che l’evangelista non annota nemmeno. Forse perché vera guarigione sono gli occhi di Gesù. Il suo sguardo. E il loro cammino. I dieci camminano, e mentre camminano la lebbra scompare. E a scomparire sono anche nove di questi lebbrosi. Scomparsi, come riassorbiti dal mondo. Passati da anonimato ad altro anonimato: il vangelo non ne parla più. La storia per loro ricomincia senza particolari differenze. Non cammineranno più a gruppi di dieci, non abiteranno le periferie, ma continueranno a stare nel mondo senza nome e senza storia.
Uno di loro, invece, diventa davvero uomo. Torna.

don Alessandro Deho’

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