Dal voto dei ballottaggi una lezione per tutta la politica

I ballottaggi delle elezioni comunali hanno dato il loro verdetto. Il centro sinistra dopo aver già conquistato Bologna, Napoli e Milano al primo turno si aggiudica anche Roma e Torino con successi oltre le attese. Solo Trieste, tra i capoluoghi di Regione, resta appannaggio del centrodestra, ma per la prima volta dopo decenni la città si è dimostrata contendibile. Non è andata diversamente nei capoluoghi di provincia: 13 su 20 al centrosinistra, 4 al centrodestra, 1 al M5s, 2 a liste civiche.
È abbastanza patetico Salvini quando cerca qualche soddisfazione nel fatto che il centrodestra ha più sindaci di prima del ballottaggio avendo guadagnato 2 amministrazioni. C’è qualche differenza tra la conquista di grandi città e quella di piccoli comuni. Non riesce a riconoscere la sconfitta a differenza della Meloni, che pure con grande difficoltà e priva del suo piglio guerriero ne riconosce la portata. Qualche mese fa si discuteva di quanti sindaci avrebbe potuto conquistare il centrosinistra per non sentirsi sconfitto. Tutti i sondaggi davano e danno al centrodestra a livello nazionale la maggioranza assoluta rispetto ad un centrosinistra abbastanza fragile sul fronte dei cinquestelle.
Salvini e Meloni pensavano in grande ed erano preoccupati soltanto di portare a casa ciascuno un voto in più dell’altro per affermare la leadership. Gli sgarbi non sono stati pochi a cominciare dalla scelta degli uomini da candidare. Così l’uomo di Salvini a Milano e l’uomo della Meloni a Roma, per non parlare degli altri, sono andati incontro a sonore sconfitte. Stranamente – è il caso di rifletterci sopra – gli unici che sono usciti vincitori, sul quel fronte, sono stati gli uomini di Berlusconi in Calabria e a Trieste. Tuttavia è bene che nessuno canti troppo vittoria. C’è un terzo incomodo: il partito delle astensioni. Al primo turno nelle città dove si sono svolti i ballottaggi l’affluenza alle urne era stata del 54,64%, al secondo del 43,84%. Mai è stata così bassa. Roma addirittura è sprofondata al 40,68%.
Nella sconfitta del centrodestra ha pesato non poco, probabilmente, l’agire come uomo di lotta e di governo di Salvini, un piede dentro il governo e uno fuori, e l’atteggiamento equivoco sul green pass quando tutti i sondaggi lo danno largamente riconosciuto come strumento di libertà e possibilità di normalità. Evidentemente si è dimostrato poco affidabile.
Ma l’astensionismo è la sconfitta della politica: un disamore che non nasce oggi. La gente vuole politici affidabili e non teatrini in cui si discute all’infinito per affermare se stessi o i propri interessi. Non è un caso che vi sia Draghi. C’era già stato Monti. Ma non si è imparata la lezione. Se ci si è dovuti affidare a Draghi è perché la politica si è dimostrata incapace. E il consenso che ottiene deriva anche dal fatto che parla poco e decide, non è traballante, non concede deroghe per accontentare Tizio o Caio. Il Paese ha bisogno di competenza, ma anche di serietà.

Giovanni Barbieri

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