
I risultati del referendum sulla riforma della Giustizia, in realtà si trattava di riformare gli assetti della magistratura, sono noti. Anche questa volta i sondaggisti hanno sbagliato. Si era convinti che una bassa affluenza al voto sarebbe stata favorevole al No e che un’alta affluenza avrebbe favorito i sostenitori del Sì. C’è stata un’alta partecipazione, si è sfiorato il 59%, e ha vinto il No con oltre il 53% di voti a favore. Le letture che se ne danno sono evidentemente le più svariate. Non si può non sottolineare il grande afflusso dei giovani che hanno dato fiato alle ragioni del No, come la soddisfazione di Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra.
Nella campagna elettorale si erano sfilati Renzi e Calenda. Non è stata una buona idea visto che sono risultati irrilevanti. I sostenitori del No ora possono guardare con maggior fiducia alle prossime elezioni del ’27 e già qualcuno prospetta le primarie per risolvere il rebus del premier, anche se le spine, a cominciare dalla politica estera, non stanno tutte in quella scelta. A ricordare che bisogna stare con i piedi per terra ci ha pensato il card. Zuppi. Il presidente della Cei, aprendo il Consiglio permanente mentre è in corso lo scrutinio del referendum ha espresso il suo «no al disimpegno dei credenti nella società.
E no alla politica che pretende di arruolare la Chiesa» e ha messo in guardia dalle «pericolose polarizzazioni» che hanno accompagnato la campagna elettorale e che segnano la vita politica del Paese. Il Cardinale ha invitato a scegliere «la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene». Una via del dialogo tenuta volutamente fuori dal dibattito in tutto il percorso della riforma. Solo verso la fine della campagna elettorale Nordio ha offerto la possibilità di discutere dopo il referendum, quindi dopo la vittoria del Sì.
A dire la verità era difficile smorzare i toni, divenuti nel frattempo velenosi, quando la riforma scritta nelle stanze dei partiti, nei 4 passaggi parlamentari è stata blindata con voti di fiducia e non si è accettato di discutere neppure un emendamento. Sembrava che il referendum fosse una formalità e che tutto andasse liscio verso una facile vittoria del Sì. Si è voluto strafare con Garlasco, con la famiglia del bosco e i bambini strappati ai genitori (per leggi emanate proprio da questo governo!), con le dichiarazioni della Bartolozzi, con le guerre di Trump… tutto si è complicato. E si è anche capito che i problemi della giustizia non sono nella separazione delle carriere, ma nella durata dei processi, e che bisogna tenere ben separati i poteri dello Stato perché i voti legittimano il servizio alla gente, non ne fanno dei padroni.
Giovanni Barbieri



