Da settembre davanti a quattro mesi di impegni essenziali

Il 6 e il 7 settembre riprendono i lavori d’aula alla Camera e al Senato. Un appuntamento a cui si può dare la valenza simbolica di ripartenza dell’attività politica, anche se quest’ultima, in realtà, non si è mai fermata. Alla Camera si ricomincia con l’esame del decreto-green pass, al Senato con le comunicazioni su l’Afghanistan, quasi a ribadire che la lotta alla pandemia e il dramma di Kabul hanno segnato l’estate 2021 e ci accompagneranno nei prossimi mesi.
Ma ci sono altre due date segnate in rosso: il primo fine settimana di ottobre la tornata amministrativa da oltre 11 milioni di elettori e la scelta, tra gli altri, dei sindaci delle maggiori città italiane; il 4 gennaio, la convocazione in seduta comune del Parlamento e dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica.
Eventi di primaria rilevanza politica e istituzionale che scandiscono un periodo in cui si condensano impegni decisivi per le sorti del Paese, iniziando dalla ripresa dall’attività scolastica, autentico banco di prova della capacità di resilienza del Sistema Italia.
Nei quattro mesi in questione, il cronoprogramma per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede l’approvazione di ben 23 riforme. Per alcune l’iter è già avanzato, per altre deve ancora iniziare. Dalla giustizia penale a quella civile, dal fisco alle delocalizzazioni. Mesi, che coincidono con la sessione parlamentare di bilancio.
Se è vero che la pandemia ha già richiesto più volte interventi economici equivalenti a una legge finanziaria, l’appuntamento con la “manovra” per il 2021 resta di eccezionale importanza per le future scelte del Paese. L’investimento sull’assegno unico per i figli sarà tale da rendere pienamente efficace questo provvedimento tanto atteso? E come si andrà avanti sul versante previdenziale dato che il 31 dicembre si concluderà la sperimentazione (non riuscita) di Quota 100?
Basterebbero questi due esempi per rendere l’idea delle questioni sul tavolo. Il governo Draghi è riuscito finora a rispettare sostanzialmente la sua esigente tabella di marcia, ma ha bisogno di un sostegno leale da parte dei partiti della pur amplissima maggioranza e di un riscontro proficuo nelle Camere, dove talvolta gli equilibri appaiono precari anche in seguito alle ripetute scomposizioni e ricomposizioni dei diversi gruppi. In frangenti come questi si percepisce in modo più chiaro del solito come una democrazia parlamentare funzioni al meglio quando a un governo forte e autorevole corrisponde un sistema di partiti stabile e robusto, non tanto per solidità di apparati quanto soprattutto per radicamento nella società.
Non è così ormai da anni, purtroppo. In attesa di tempi migliori sarebbe già molto se le forze politiche smettessero di sventolare ossessivamente le bandierine dell’ideologia. Nella stagione della pandemia, ogni volta che è accaduto si sono visti i risultati.

Stefano De Martis – SIR

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