Quando estati più calde diventano una vera emergenza sanitaria

Come e quanto le ondate di calore stanno mettendo a rischio la salute

Lo scorso 30 giugno Hans Kluge, Direttore dell’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, diffondeva un allarme sull’ondata di calore che metteva sotto pressione i sistemi sanitari europei citando la cifra di cinque decessi dovuti al caldo avvenuti in Italia in 24 ore. Il Ministero della Salute italiano si affrettava a precisare che quel dato specifico non risultava dai canali ufficiali di monitoraggio.
L’OMS di seguito ammetteva che il riferimento numerico non era derivato da un conteggio ufficiale certificato, ma si basava su notizie di stampa. Un errore nell’informazione istituzionale utilizzato da chi già criticava l’OMS a conferma delle proprie posizioni. E così, chi è scettico sugli allarmi climatici può presentare l’errore come prova di un presunto allarmismo.
Tuttavia, da un singolo errore comunicativo non segue che il rischio sanitario delle ondate di calore sia inesistente. I decessi associati alle ondate di calore sono stimati confrontando il numero dei decessi nel corso dell’ondata di calore con il numero di decessi che ci si aspetterebbe normalmente nello stesso periodo sulla base dei dati storici.
EuroMOMO Hub, la Rete europea di monitoraggio della mortalità che supporta i paesi nella analisi dei dati settimanali sulla stessa, ha affermato che nella settimana tra il 22 e il 28 giugno, nei 27 paesi dell’Unione i decessi in eccesso sono stati oltre 10 mila e riguardavano in particolare persone di oltre 65 anni, cioè i soggetti più vulnerabili allo stress termico.
Secondo il recente rapporto SISMG, il sistema di sorveglianza sugli effetti delle ondate di calore del Ministero della Salute e della Protezione Civile attivo in 54 città italiane, tra il 25 maggio e il 30 giugno 2026 l’eccesso di mortalità complessivo tra gli over 65 si è fermato al +3%, ma durante la fase più intensa dell’ondata in alcune aree e in alcune città è stato registrato un incremento del +35% e oltre. Tuttavia solo con i dati delle schede di morte è possibile effettuare valutazioni più approfondite sul ruolo che il caldo può aver avuto nel determinare tali decessi ma la disponibilità di queste informazioni non è immediata.
Con i dati disponibili fino al 2025, il rapporto della rivista scientifica Lancet su salute e cambiamento climatico in Europa rivela un marcato aumento degli impatti negativi, sia diretti che indiretti. Quasi tutte le regioni europee monitorate hanno registrato un aumento di decessi attribuibili al calore nel periodo 2015-2024 rispetto al periodo 1991-2000, con un incremento medio annuo complessivo di 52 decessi per milione di abitanti.
Inoltre i rischi, le vulnerabilità e gli impatti dei cambiamenti climatici sono distribuiti in modo disomogeneo tra i diversi gruppi di popolazione. In Europa hanno maggiore esposizione al rischio le famiglie a basso reddito e la popolazione vulnerabile, che comprende anziani, soggetti con più patologie e soggetti con fragilità sociali. La mortalità in Paesi temperati è spesso “insidiosa”, con decesso codificato come evento trombotico o scompenso cardiaco su terreno fragile.
Il caldo aumenta vasodilatazione, disidratazione e rischio trombotico e può slatentizzare e scompensare patologie cardiovascolari, respiratorie, renali, neurologiche. La popolazione over 65 urbanizzata è esposta inoltre all’effetto “isola di calore” che rende i centri urbani anche di parecchi gradi più caldi delle campagne.
Secondo Lancet, nonostante sempre più studi scientifici evidenziano il nesso tra cambiamento climatico e salute, l’impegno di individui, politici, aziende e media su tale realtà è debole e le politiche e le misure di prevenzione sono frammentarie. È necessario rompere l’isolamento degli anziani favorendo la socializzazione delle persone fragili (e questo non solo in estate) facendo rete con caregiver formali e informali, assistenti sociali, servizi, istituzioni, volontari, medici di famiglia, rendendo accessibili spazi freschi e climatizzati (i cosiddetti centri di raffrescamento, o rifugi climatici), punti di accesso all’acqua, stanze fresche dedicate negli edifici pubblici o nelle scuole.
Ma i danni diretti delle temperature elevate sono solo la punta dell’iceberg: dobbiamo infatti guardare anche a ciò che causa queste modificazioni del clima. Dal riscaldamento globale non ci si salva solo con azioni locali di mitigazione o con decaloghi pur preziosi di comportamento individuale: è un problema che richiede un recupero di consapevolezza ed una risposta globale non più negabile.

Severino Filippi