Da fra’ Lodovico Gandolfi vescovo a Brugnato a San Francesco Fogolla, da Padre Antonio della Porta a mons. Serafino Milani

Gli 800 anni dalla morte di san Francesco d’Assisi, che la Chiesa celebra quest’anno, invitano a riscoprire le tracce del suo carisma che, anche in Lunigiana, ha intrecciato epoche e destini. C’è chi, sulle orme dell’Assisiate, partì per la Terra Santa, chi raggiunse l’Africa o la Cina, chi fu chiamato a guidare una diocesi, chi consumò la propria vita nell’insegnamento o nella carità. Vicende di un’unica storia: quella di un francescanesimo che anche in Lunigiana ha interpretato la Regola radicato tra la gente ma guardando ai più vasti orizzonti del mondo. Sono molti i frati francescani o cappuccini che diedero lustro a questa storia.
Partiamo da fra’ Lodovico Gandolfi, nato a Villafranca e divenuto nel 1363 vescovo di Brugnato. Uomo di ingegno e pietà, governò quella diocesi, i cui vescovi al tempo risiedevano a Pontremoli, per quasi trent’anni. Morì nel 1390 e fu sepolto nella chiesa di San Francesco.
Nel Seicento un altro francescano villafranchese, Padre Antonio Della Porta, fu scelto come primo Prefetto apostolico della missione in Abissinia (l’odierna Etiopia) dopo una iniziale missione a Cipro. Nato a Virgoletta, dopo la formazione a Roma in cui apprese le lingue orientali, durante la sua permanenza nell’Impero ottomano si adattò anche ai lavori più umili pur di poter continuare la sua missione, messa a dura prova dalle persecuzioni. Morì nel 1641.
Ma anche la Terra Santa è destinata ad entrare nella storia dei francescani lunigianesi. Tra questi mons. Serafino Milani, nato a Carrara nel 1819. Dopo gli anni dell’insegnamento, fu nominato Custode di Terra Santa nel 1863 e confermato nell’incarico nel 1869. La lunga esperienza e la stima conquistata presso la Santa Sede lo portarono anche a delicate missioni diplomatiche a Costantinopoli finché, nel 1874, arrivò la nomina a vescovo di Pontremoli. Qui l’arcivescovo Milani rimase quattordici anni. Fu un vescovo austero nella vita ma profondamente paterno nel rapporto con la sua gente. Nel 1889 rinunciò alla diocesi e si ritirò a Pescia nel convento di Colleviti, dove morì nel 1906.

Quasi a raccogliere il testimone di quella presenza, pochi anni dopo sarebbe arrivato a Pontremoli un altro vescovo francescano. Si tratta del cappuccino mons. Angelo Fiorini. Nacque nel 1861 a Campiglia Marittima, durante la permanenza invernale in Maremma della famiglia, originaria di Sassalbo di Fivizzano. Dopo un’intensa missione in vari conventi emiliani, fu consacrato vescovo di Pontremoli nel 1899 da san Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza. Nel suo episcopato trentennale, mons. Fiorini raggiunse – a piedi o a dorso di mulo – anche le comunità più remote della diocesi. Durante la prima guerra mondiale accompagnò la popolazione e accolse in Seminario i feriti provenienti dal fronte. Ma fu il terremoto del 1920 a consegnare l’immagine più forte del suo episcopato. Già provato nel fisico, visitò i paesi del fivizzanese devastati dal sisma. Ebbe un ruolo importante nella crescita delle opere educative, assistenziali e religiose della diocesi (quale la presenza delle suore Cabrini). Morì nel 1929 e, come mons. Milani, è sepolto in Cattedrale a Pontremoli.

Di Villafranca fu anche mons. Roberto Razzoli (al secolo Achille) . Nato nel 1863 fu predicatore, scrittore e uomo di governo dell’ordine. Nel 1906 fu inviato Custode di Terra Santa, incarico che ricoprì fino al 1913 quando fu nominato vescovo di Potenza e Marsiconuovo, in Basilicata. Morì nel 1925, lasciando una produzione letteraria nella quale ritornano spesso la Lunigiana e Villafranca, segno che la distanza non aveva cancellato le sue radici.
E poi c’è san Francesco Fogolla, nato a Montereggio di Mulazzo nel 1839, che con la vocazione missionaria maturata a Parma costruì la propria esistenza. Partito per la Cina nel 1866, trascorse oltre trent’anni nello Shanxi, fino a essere consacrato vescovo. Nel 1900, durante la persecuzione dei Boxer, fu arrestato e ucciso a Taiyuan insieme ad altri missionari. Beatificato nel 1946, San Giovanni Paolo II lo canonizzò nel 2000.
Sono queste storie di uomini che appartengono a secoli diversi e che ebbero vite diversissime. Ma proprio questo rende preziosa la loro memoria. Dalle piccole comunità della Lunigiana alcuni partirono per le strade del mondo, altri percorsero instancabilmente quelle della propria diocesi, altri ancora rimasero legati fino alla morte al convento dal quale erano partiti.
Tutti però sembrano ricordarci la stessa cosa: Francesco non ha lasciato soltanto un modello di santità ma una strada. E forse è proprio questa la lezione più attuale che possiamo raccogliere a 800 anni dalla sua morte: una fede autentica non costruisce muri attorno a ciò che possiede ma mette in cammino. Parte da un paese, da una chiesa, da un convento, da una terra amata e, senza rinnegare quelle radici, arriva lontano.
È quanto fecero questi figli della Lunigiana, sulle cui orme, ancora oggi, è possibile riconoscere un pezzo della grande storia francescana.
Fabio Venturini



