
La violenza giovanile è una sfida complessa per la società, sia dal punto di vista della comprensione del fenomeno, sia da quello delle strategie per prevenirla e limitarla. Psicologia e pedagogia hanno fornito una rappresentazione nitida degli adolescenti di oggi: cresciuti costantemente connessi, più inclini ai rapporti virtuali che a quelli reali, mostrano livelli maggiori di ansia e di infelicità, hanno come riferimento genitori “adultescenti”, nei quali l’età adulta convive con una prolungata adolescenza. Condotte autolesive, crisi di aggressività, disturbi dissociativi, fobia scolare, dipendenze gravi da internet raccontano di un malessere generazionale che interseca le sue traiettorie con quelle di un’emergenza educativa raccontata dall’incremento di risse, vandalismi e baby gang.
Ma le ragioni profonde del problematico rapporto degli adolescenti con se stessi, con i pari e con la società sono state confinate a dibattiti pedagogici ritenuti inutili da una società che sul tema ha speso dosi generose di paternalismo unito, alla bisogna, a manganellate fisiche o verbali. Per il resto, servizi sociali e scuola, a cui si tende a delegare qualsiasi missione educativa, hanno continuato ad arrancare nelle ristrettezze di bilancio, mentre l’alleanza educativa famiglia-istituzioni-corpi intermedi è stata recisa dalla scure dell’individualismo delle relazioni. In questi giorni il governo offerto la sua risposta; non progetti educativi o prevenzione, solo una modifica al Codice penale che prevede, per i reati commessi da minorenni, che la capacità di intendere e di volere – necessaria per processare e condannare i giovani dai 14 ai 18 anni – non debba essere accertata volta per volta dal giudice, ma si presume che sussista.

Sarà l’imputato a dover dimostrare il contrario: con più facilità, se la famiglia sarà in grado di garantire una difesa adeguata, con più difficoltà se i minori provengono da contesti economici e culturali più difficili, dove al massimo può intervenire un avvocato d’ufficio. Insomma, per gli odiati e mai del tutto identificati “maranza”, giovani immigrati o italiani dei contesti sociali più problematici, evitare la pena sarà più complicato.
In linea di principio Meloni ha ragione nell’affermare che “chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare, anche se ha quindici o sedici anni”. Ma punire, senza prevenire, educare, recuperare a lungo andare non restituisce nulla alla comunità in termini di sicurezza. Lo dimostra il Decreto Caivano, che ha riempito carceri minorili e comunità, senza migliorare la situazione.
Ma se l’obiettivo è dimostrare alla pancia del popolo che si punisce il mostro – i maranza, appunto – allora vale la pena buttare a mare garantismo e uguaglianza sostanziale. Fino al prossimo fallimento e ad un nuovo decreto sicurezza.
Davide Tondani



