A Forno di Massa prima l’illusione della Libertà, poi la strage

Il 13 giugno 1944

Il monumento che, a Forno, ricorda le vittime della strage
Il monumento che, a Forno, ricorda le vittime della strage

Forno, popolosa frazione di Massa dominata dall’imponente massiccio del monte Tambura, è stata teatro di uno dei più feroci episodi di rappresaglia nazifascista durante la seconda guerra mondiale.
Era il giugno 1944 e la notizia della liberazione di Roma aveva suscitato entusiasmo e speranze in tutta l’Italia ancora occupata, soprattutto in quella peninsulare: l’arrivo degli Alleati sembrava potesse essere ormai imminente, magari con un nuovo sbarco sulle spiagge del mar Tirreno, forse proprio in Versilia. Probabilmente lo pensavano anche i partigiani della formazione “Mulargia” che il 9 giugno decisero di scendere dalle posizioni che avevano organizzato sulle Apuane per occupare il paese di Forno, insediando il proprio comando nella caserma dei Carabinieri.
Una iniziativa clamorosa, che non poteva passare inosservata né mancare di suscitare una dura reazione: infatti dalla Spezia venne mobilitato un battaglione tedesco della 135.ma brigata con un reparto della marina germanica e una compagnia della X MAS. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno il paese venne circondato e all’alba tedeschi e fascisti attaccarono: la resistenza tentata dai partigiani, presi di sorpresa, fu travolta.
La popolazione venne fatta sgomberare, le case saccheggiate, molte incendiate; uomini, donne e bambini raggruppati e tenuti per lunghe ore in ostaggio lungo la strada.
Una cinquantina di uomini adulti e adatti al lavoro vennero fatti prigionieri e deportati in Germania, altri sessanta trasferiti nei pressi della chiesetta di S. Anna e fucilati: 56 morirono, altri 4 si salvano quasi per miracolo. A queste vittime se ne aggiunsero altre 12, uccise negli scontri e nel rastrellamento: tra loro una donna e un bambino.
Morì anche il comandante partigiano Marcello Garosi “Tito” e venne fucilato anche il maresciallo dei carabinieri Ciro Siciliano. Il militare, comandante della caserma e che a Forno aveva sposato Anna Pegollo – sorella del partigiano “Naldo” – non era in paese perché in licenza di convalescenza. Tuttavia, saputo dell’attacco tedesco, salì a Forno con l’intenzione di intercedere per i civili, ma fu subito messo nel gruppo dei condannati a morte con l’accusa di non essersi opposto all’occupazione da parte dei partigiani.
Entrambi verranno poi insigniti di Medaglia d’Oro: Garosi al Valor Militare, Siciliano al Merito Civile. Il parroco, don Vittorio Tonarelli, fu invece insignito di Medaglia d’Argento al Merito Civile per la sua azione in favore della popolazione rastrellata: catturato lui stesso dai fascisti, venne alla fine rilasciato.
Dopo Mommio, Forno fu teatro della seconda delle stragi di quella terribile estate di settantacinque anni fa: ma la lunga striscia di morte che avrebbe insanguinato i paesi delle Apuane era appena all’inizio.

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