A Villafranca l’Assemblea dei Soci si è svolta nel pomeriggio di sabato 25 aprile. Il libro contiene undici contributi di dieci diversi autori

Un nuovo volume di Studi Lunigianesi, la rivista culturale dell’associazione culturale “Manfredo Giuliani”, è stato presentato nel pomeriggio di sabato 25 aprile a Villafranca nel salone voltato del museo intitolato al fondatore del sodalizio, Germano Cavalli. Museo che, purtroppo, è da molto tempo chiuso e visitabile solo su prenotazione.

L’occasione è stata l’Assemblea dei Soci convocata non solo per gli adempimenti formali come l’approvazione dei bilanci consuntivo 2025 e di previsione 2026, ma soprattutto per illustrare le attività previste per l’anno in corso e, come detto, per presentare il nuovo numero della rivista, quello del 55° anno di attività dell’Associazione nata proprio a Villafranca nel 1969.
Sono stati vari gli interventi di quanti hanno partecipato all’assemblea, mentre ad illustrare i contenuti del libro sono stati quattro soci che sono entrati nel dettaglio degli undici contributi proposti, incentrati soprattutto sulle relazioni illustrate nel corso di alcuni recenti convegni organizzati dalla “Manfredo Giuliani” e relativi ai Presepi in Lunigiana, alla tradizione del “Maggio” e ai “Pani” di Lunigiana.
Matteo Maggiani ha presentato i primi due studi che aprono il libro: quello di Roberto Pasquali su “I Presepi meccanici di Pallerone: contesto, storia e attualità”, e quello di Rossana Piccioli incentrato su “Il sogno di Benino. Antropologia del presepe”.

Andrea Varesi ha avuto il compito di esporre invece gli studi di Fabio Baroni (“Il Maggio, la Moresca e il sentimento epico-cavalleresco nella società medievale e postmedievale di Lunigiana e Garfagnana”), di Paolo Lapi (“Documenti per servire alla storia del ‘cantar maggio’ nel pontremolese tra XVIII e XIX secolo”) e di Gianni Tarantola (“Il canto del Maggio di Montereggio”).
Da parte sua Matteo Marginesi ha poi commentato il saggio di Riccardo Boggi (“Composizione in suffragio delle Anime Sante del Purgatorio. Preghiera o canto di Questua?”), i due articoli di Mirco Manuguerra (“La Pontremoli fatale di Pier delle Vigne” e “Ad partes ultramontanas: transumanze e vicissitudini dantesche”) e quello del presidente Giuseppe Benelli (“L’Appennino reggiano-lunigianese e Bagnone nel romanzo La valle dei cavalieri di Raffaele Crovi”).
Infine il segretario dell’associazione, Federico Orsini, ha concluso l’illustrazione dei contenuti del nuovo volume presentando i lavori di Emilia Petacco (“Pane, una storia di casa nostra”) e di Rolando Paganini (“Cotture, cereali e pani antichi della Bassa Lunigiana”).
Quel fascino antico e ancora genuino del “Cantar Maggio”
Tre saggi contenuti nel volume sono dedicati al “Maggio”, quello epico-cavalleresco che nel nostro territorio è tipico della Lunigiana orientale e della Garfagnana, e quello che gruppi di “maggianti” cantano per valli e paesi nei giorni a cavallo fra aprile e maggio appunto.
Il primo è studiato da lungo tempo da Fabio Baroni che nel saggio proposto in questa occasione indaga “sulle influenze, le derivazioni, le contaminazioni che ci sono state fra due forme di cultura popolare”: il “Canto del Maggio” (che ha subito “un’influenza evidente dalla poesia cavalleresca del Quattro, Cinque, Seicento”) e la “Moresca” che nella sua versione popolare è una sorta di “danza armata con le spade”. Con il secondo, quello dei “maggianti”, si sono misurati Gianni Tarantola e Paolo Lapi.
Tarantola è protagonista in prima persona di quei percorsi tra i paesi e dentro di essi il Primo Maggio e nei giorni adiacenti e definisce le origini del “cantar maggio” in quei “riti agrari che venivano celebrati fin dai tempi antichi, riti che festeggiano la forza della primavera dopo i disagi dell’inverno”.
Lapi, da parte sua, indaga la storia del “cantar maggio” nel territorio pontremolese attraverso documenti d’archivio relativi a due processi del 1712 contro alcuni maggianti, colpevoli di aver cantato e suonato in orari e giorni proibiti.




