
C’è una dose sempre più forte e cinica di spregiudicatezza politica in chi continua ad accomunare il dissenso politico alla violenza. È un uso strumentale di uno degli elementi principali della vita democratica per comprimere gli spazi di libertà di espressione. Lo abbiamo osservato in tutta la sua chiarezza nei giorni scorsi, in Italia come negli Stati Uniti.
Donald Trump ha subito il terzo attentato in 22 mesi. Senza soffermarci sulla natura delle evidenti falle della sicurezza della Casa Bianca, chiamare alla concordia nazionale dopo aver subito un attentato e denunciare campagne d’odio orchestrate dagli avversari politici è ipocrita, negando l’unica evidenza dell’attentato stesso: che chi ha provocato l’attentato, in un paese carico di violenza politica come non mai, è la stessa persona che quell’attentato l’ha subito, Donald Trump, con la sua aggressività, le foto messianiche, i video in cui sparge letame sui manifestanti, il suo spingere ogni giorno di più il suo Paese lontano dalla democrazia liberale.
Le stesse dinamiche, in circostanze e con parole diverse, si sono viste anche in Italia in occasione della festa della Liberazione: un gruppo di provocatori che prende la testa del corteo milanese con le foto di Netanyahu e le bandiere israeliane – chiaramente sgradite in ragione di quanto oggi Israele sta facendo a Gaza, non certo per quel che hanno subito gli ebrei dal nazifascismo – con l’evidente volontà di provocare un incidente. Stesso copione a Roma, dove il presidente di +Europa, per affermare la tesi del sostegno della sinistra a Putin si è presentato con bandiere ucraine al corteo di Roma (ma guarda a caso non lo ha fatto sette giorni prima a Milano al raduno di un partito palesemente putiniano come la Lega), venendo aggredito da alcuni manifestanti violenti e politicamente immaturi.

Si può così gridare al “fascismo degli antifascisti”, occultare quel che è successo veramente, nascondere l’unico fatto davvero nuovo ed inquietante del 25 aprile: gli spari ad altezza uomo contro due militanti dell’Anpi al corteo di Roma, episodio di cui non parla più nessuno, nemmeno la Presidente del consiglio nel suo comunicato di condanna dei fatti sopra esposti. Criticare il presidente americano non significa automaticamente armare la mano di persone pazze.
Contestare in modo nonviolento chi si infiltra in un corteo pacifico per provocare non significa essere estranei alla democrazia. Disapprovare scelte e comportamenti politici non equivale a costruire campagne d’odio. Chi lo fa non ha ben chiaro il concetto di democrazia che, è sempre bene ricordarlo, è qualcosa di più complesso del solo diritto di voto, o mira ad alzare inutilmente il livello dello scontro: lacerando la società, per un fine proprio, senza dare soluzioni ai problemi che la percorrono.
Davide Tondani



