
Via Federico Giannetti è il percorso principale di Albiano, collega le due estremità del borgo: la chiesa di San Martino, in basso, e l’oratorio di Sant’Antonio abate, in alto, situato accanto all’antico edificio del Comune, dove nel 1789 fu ospitato il granduca Pietro Leopoldo. Il fabbricato, apprezzabile nel suo insieme, principalmente dal lato occidentale, si distingue dall’edilizia del borgo per dimensione, tecnica costruttiva, compattezza del volume. Oggi è un’abitazione privata, ma ancora negli anni Venti, prima che le scuole fossero trasferite nell’odierna sede della Croce Rossa, ospitava le scuole elementari, indice di una funzione pubblica ancora attiva.
Il fabbricato chiudeva la cortina edilizia di Albiano dal lato di ponente, compatta e continua fino al bombardamento del 1945, con una rotazione delle strutture murarie sua propria, cioè diversa da quella delle abitazioni adiacenti. Un archivolto lo collega alle ultime due case della spina centrale che appartengono al complesso più ampio della piazzetta antistante l’oratorio di Sant’Antonio Abate, documentato dalla fine del secolo XVI (vedi il mio articolo del 25 gennaio 2023 su questo giornale).

Uno schizzo di Albiano, utilizzato per decorare la mappa di una vertenza confinaria sorta contro gli uomini di Santo Stefano, affidata a Mastro Michele Ciocca nel 1622, conservata all’Archivio di Stato di Firenze, rappresenta l’abitato con due torri, una nella parte a monte, ancora merlata, ed una priva di coronamento, dalla parte opposta, verso il fiume, intuitivamente al posto dell’attuale campanile. Le case del borgo sono divise da uno spazio vuoto circa a metà della forma ellittica dell’impianto urbano, la chiesa di San Martino è isolata, con un campanile proprio, ad occidente del borgo murato. Certamente lo schizzo è una prova labile che, tuttavia, nell’immediatezza della rappresentazione, trasmette senz’altro qualcosa della fisionomia di Albiano in quel periodo.

Nel suo saggio, I Malaspina di Lunigiana al tempo di Niccolò V, il prof. Romeo Pavoni accennava al fatto che dall’inventario dei beni del defunto Opizzino/Opizzone redatto il 22 giugno del 1301, risultavano in suo possesso la metà di Albiano e di Stadano, mentre l’altra metà sembra appartenesse a Tommaso suo fratello oppure ai cugini Malaspina di Giovagallo o di Mulazzo. Albiano quindi, nel periodo della decadenza del potere vescovile in Lunigiana, apparteneva ai Malaspina dello Spino Secco e le due torri potrebbero proprio indicare la condominialità dell’insediamento diviso tra due membri della stessa casata. Verso valle, l’edificio della vecchia canonica, che incorpora il campanile, presenta, nella parte basamentale, feritoie difensive così come il toponimo via della Torre, situato nella parte superiore del borgo, richiama la torre difensiva del disegno del Ciocca e spiega anche il cantonale in pietra lasciato in vista nell’edificio che risvolta verso via Sant’Antonio, asse maggiore del borgo.

Tra le due residenze si distende il borgo lineare di via S. Antonio, asse di una pianificazione che trova riscontro nell’atto di fondazione attestato dalla carta CCCCXXVII del Codice Pelavicino oggi consultabile anche on-line.
Il documento fu rilasciato il 15 luglio 1266 a Ponzanello nella chiesa di San Martino, ma nulla ci dice dell’assetto dell’impianto urbano e delle abitazioni che gli uomini di Albiano costruirono, con il permesso del vescovo Guglielmo di Luni, sul colle del Groppo sopra la chiesa di San Martino.
Mi ero occupato della questione nel Quaderno della biblioteca di Aulla nel 1988 dove si trova un piccolo rilievo delle abitazioni della spina centrale del borgo. Pur avendo disegnato correttamente allora non avevo capito! Le case di Albiano, semplificando molto il discorso, sono di due tipi: quelle interne al recinto murario e quelle esterne, sorte sulla cinta fortificata. Le prime dovevano essere inizialmente ad un piano, forse a due, e solo in seguito cresciute in altezza; tuttavia impressiona il fatto che erano e sono case mono-affaccio: si tratta cioè abitazioni a base quadrata, di circa sei metri di lato, coperte da un’unica falda inclinata verso il percorso, con un’unica parete finestrata rivolta verso la strada mentre gli altri tre lati sono ciechi.
La sola espansione possibile poteva avvenire in altezza attraverso piani collegati da una scala interna; qualcuno ricorda la cucina della nonna all’ultimo piano, per limitare i danni di un possibile incendio. La maglia strutturale formata da volumi accostati, posti su livelli diversi per seguire il declivio della parte più alta del promontorio, si legge ancora oggi sia dal vero, che nella cartografia catastale. Questa doppia spina di case era circondata da un recinto difensivo sul quale furono costruite abitazioni dal doppio affaccio, fondate sul livello più basso del terreno mediante robuste strutture murarie voltate a botte, generalmente perpendicolari al pendio del colle, fino a guadagnare l’accesso principale situato al livello della strada perimetrale.
Ad esempio, le abitazioni del tratto inferiore di via Federico Giannetti tra le ultime costruite in ordine di tempo perché collegate alla porta inferiore del borgo di epoca fiorentina, sono fondate al livello della piazza della chiesa di San Martino. Un esempio di tutto rilievo, quello di Albiano, che merita ancora l’approfondimento di uno studio dedicato all’impianto urbano.
Roberto Ghelfi



