In Egitto le delegazioni delle parti coinvolte nel conflitto stanno discutendo del piano di pace di Trump per la Palestina, mentre Israele continua a bombardare Gaza.
La speranza di tutti è che si arrivi nel più breve tempo possibile ad un cessate il fuoco che allevi le indicibili sofferenze della popolazione di Gaza, stremata da 24 mesi di un assedio tanto brutale da essere riuscito a mettere in secondo piano l’anniversario dell’attentato terroristico del 7 ottobre 2023 e le sue vittime.

Ma questo auspicio umanitario non può occultare che il Piano non è una mediazione – come peraltro ammesso dal presidente americano – ma la vittoria di Netanyahu, per il quale il piano «realizza i nostri obiettivi di guerra». La proposta è di fatto un ultimatum che, se rifiutato, darà ad Israele il «pieno sostegno» degli Stati Uniti per «finire il lavoro» nella Striscia. Il testo prevede, in caso di accettazione, un cessate il fuoco immediato, il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, e la scarcerazione da parte di Israele di 250 prigionieri palestinesi e di 1.700 persone di Gaza detenute dopo il 7 ottobre. Il piano parla di un ritiro graduale dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, ma non dei tempi. E lascia del tutto inevasa l’esplosiva situazione in Cisgiordania, a partire dalle occupazioni violente da parte dei coloni israeliani.
Ma del Piano Trump a lasciare interdetti è il futuro destino politico ed economico di Gaza. La Striscia sarebbe affidata ad un «Consiglio della Pace» guidato da Trump stesso – di fatto un protettorato di stampo coloniale – di cui farebbero parte leader palestinesi e internazionali, tra cui l’ex primo ministro britannico Tony Blair.

Il suo compito sarebbe quello di governare Gaza finché l’Autorità palestinese, l’entità che già governa parte della Cisgiordania, non si sarà «riformata» e sarà pronta a prendere il controllo anche della Striscia. Nel frattempo, Trump e Blair trasformeranno quella terra in una formidabile occasione di affari costruendo, nei luoghi dove è stato perpetrato quello che l’Onu considera un genocidio, un grande centro immobiliare di lusso e un hub per il transito del gas e del petrolio.
Con sarcasmo si potrebbe dire che è un piano benevolo con i palestinesi, che a differenza della prima bozza non saranno costretti a fuggire ma potranno restare a Gaza per fornire forza lavoro con retribuzioni inesistenti per le imprese di costruzioni e successivamente per i servizi turistici.
Se il piano andasse in porto il risultato finale sarebbe quello di rilegittimare Netanyahu, offrire probabilmente un salvacondotto ai capi di Hamas, avviare grandi business per i fondi di investimento occidentali, con i palestinesi a fare da moderni schiavi. Più che un piano di pace, un cinico piano coloniale.
Davide Tondani



