
All’Assemblea generale dell’ONU uno dei gesti più significativi (e attesi) è stato il riconoscimento dello Stato di Palestina con un’ampia maggioranza (151 su 193 votanti), che ha registrato per la prima volta, l’adesione di grandi nazioni del blocco occidentale.
Si è trattato, evidentemente, di un gesto simbolico, dal momento che un vero e proprio Stato di Palestina ancora non esiste e Israele assicura che non esisterà mai. Di pronunciamenti dell’ONU ne abbiamo sentiti molti, ma in questi ultimi decenni per la gran parte inascoltati ed inefficaci. La grande organizzazione mondiale che doveva essere strumento di giustizia e di pacificazione, da tempo risulta inadeguata, bacata com’è dal tarlo del diritto di veto di cinque grandi potenze.
Più di qualcuno parla già di epitaffio da apporre al suo capezzale. Una triste conclusione, per evitare la quale tutti riconoscono l’urgenza di una riforma sotto principi più adeguati al mutamento dei tempi. Gli esempi più clamorosi della paralisi che affligge l’organismo mondiale sono proprio le due guerre in Ucraina e in Palestina, sulle quali nulla ha potuto se non esprimere fatue dichiarazioni.

Si direbbe, anzi, che proprio in quei due casi va concretizzandosi quella “eterogenesi dei fini” che stravolge progetti e intenzioni dei singoli e dei popoli. Cosicché, se l’Onu, anziché luogo di dialogo per la ricerca della pace, diventa luogo di scontro, parimenti, nei due teatri di guerra citati, assistiamo ad un’evoluzione che porta a conclusioni contrarie rispetto a quelle iniziali. Hamas intendeva distruggere Israele, ma ne risulta pressoché distrutta; il mondo invoca uno Stato di Palestina mentre l’ipotesi si allontana sempre di più tra occupazioni e nuove colonie. Israele vuole difendere il suo diritto all’esistenza ma, nel migliore dei casi, si guadagna la disistima e l’ostracismo crescenti da parte di Paesi un tempo amici.
Nel cuore dell’Europa viene premiata la protervia di Putin, che dovrebbe essere tra i tutori della legalità sancita dall’organizzazione in cui siede con diritto di veto. Ma anche per lui la pretesa di asservire l’Ucraina si stravolge nell’ampliare la cerchia della Nato e nell’umiliare, decimare e affamare il suo stesso popolo. D’altro canto, per Kiev l’esigenza di difendere popolo e territori si traduce nel rischio di perdere l’uno e buona parte degli altri. Non parliamo dei fini di Trump, da lui stesso ogni giorno stravolti con le conseguenze contraddittorie che tutti constatiamo all’interno degli USA e nel mondo. Infine, quelli dell’Europa, che stenta a trovare strade giuste per se stessa e in prospettiva mondiale: essi pure destinati a produrre risultati differenti da quelli ipotizzati. C’è da sperare che in alto ci sia qualcuno che tessa i fili della storia dell’umanità in modo più coerente e più …teleologico.
(Vincenzo Tosello-Nuova Scintilla, Chioggia)



