Domenica 21 settembre – XXV del Tempo Ordinario
(Am 8,4-7; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13)
Il profeta Amos rivendica presso gli Israeliti i diritti inalienabili del povero; San Paolo raccomanda la preghiera per tutti; Gesù loda la scaltrezza, dell’amministratore disonesto. Sono tre episodi legati da un filo logico: per ogni uomo c’è un diritto, un posto, una vocazione-missione.
1. Il padrone lodò l’amministratore disonesto. Gesù non ci dice di imitare il comportamento dell’amministratore, ma di prendere esempio dalla sua astuzia, perché “I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce”. Raccomandazione analoga leggiamo nel primo vangelo: “Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16).
È difficile essere semplici come le colombe, ma è molto più difficile essere prudenti come i serpenti. Purtroppo nella mentalità corrente si ritiene che il cristiano debba essere sempre la vittima, ma in realtà egli ha la sua regola comportamentale: si fida della presenza di Dio più che degli umani accorgimenti.
L’impegno del cristiano non è un arrivismo a tutti i costi, non siamo succubi del pensiero dominante secondo il quale bisogna sempre emergere anche scavalcando chi è più debole, però siamo portatori di un messaggio sublime che non possiamo svendere per inerzia.
2. Se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Quale è la nostra ricchezza? Imitando l’amministratore astuto, il discepolo impiega le proprie risorse per corrispondere alla sua vocazione, per farsi degli amici in alto e occupare il posto che gli spetta.
È convinto che Dio non ama la nostra epoca meno delle altre, e questo lo protegge dalla tentazione di cercare sotterfugi, lo spinge a scovare i fatti positivi presenti nella storia. Sa perfettamente che i pochi cristiani non sono languenti custodi di un passato che non tornerà più. A
volte si sente dire anche da persone attivamente impegnate: “Ci sono ancora seminaristi?” Oppure in alcune parrocchie ferventi: “Qui la nostra gente frequenta ancora bene la Chiesa”. È questo “ancora” che tradisce una mentalità disfattista, come se fossimo avviati a un declino irreversibile.
Nonostante tutte le previsioni più cupe, noi siamo ancora qui a celebrare la nostra fede, e non intendiamo essere alla fine.
3. Uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini. Così ci ha detto San Paolo nella seconda lettura: Solo Gesù è mediatore tra Dio e gli uomini perché è stato vittima e sacerdote, colui che ha offerto e che si è offerto, ha dato la propria vita in riscatto per la salvezza di tutti.
Il servizio che il discepolo è chiamato a compiere nel mondo è quello di rendere presente e attuale l’unica mediazione tra Dio e gli uomini compiuta da Gesù.
Abbiamo una grande responsabilità, perché dai cristiani ci si attende una testimonianza di fede pari all’impegno morale per il bene materiale. Con il suo ardente interesse per l’esistenza il cristiano ridona vigore a una vita piatta e vissuta nella rassegnazione.
† Alberto



