Verso il Convegno pastorale diocesano 2025 in programma il 18 e 19 settembre a Bassagrande. In dialogo con l’esperto Fabrizio Carletti di “Missione Emmaus”
“Sogno una catechesi che….” è il titolo del Convegno pastorale diocesano in programma giovedì 18 e venerdì 19 settembre nei locali della chiesa parrocchiale della Ss.ma Annunziata a Bassagrande.
Nella prima giornata di convegno il tema sarà quello dell’annuncio narrativo kerigmatico, mentre nella seconda al centro ci saranno gli orientamenti diocesani. Infine, al termine, il vescovo Mario conferirà il mandato a coloro che svolgono un servizio di annuncio e catechesi a bambini, giovani e adulti.
“Sogno una catechesi che….”
Il programma del Convegno pastorale che si svolgerà nei locali della parrocchia della Ss.ma Annunziata a Bassagrande, giovedì 18 e venerdì 19 settembre alla presenza del vescovo Mario e guidato da Fabrizio Carletti, prevede nella prima giornata il tema dell’annuncio narrativo kerigmatico, mentre nella seconda, venerdì 19, al centro ci saranno gli orientamenti diocesani.
Al termine del convegno fra’ Mario conferirà il mandato a coloro che svolgono un servizio di annuncio e catechesi.
Il convegno sarà guidato da Fabrizio Carletti; laureato in Scienze Politiche, specializzato in socio-antropologia e psico-pedagogia all’Università di Perugia, Carletti ha intrapreso studi teologici e nell’ambito delle scienze organizzative, ed è uno dei quattro fondatori del Centro Studi “Missione Emmaus”. Ha lavorato come formatore in diverse comunità, parrocchie, diocesi, istituti e congregazioni, accompagnando la formazione e i processi di cambiamento. Infine collabora con l’Ufficio Catechistico Nazionale.
Gli abbiamo posto alcune domande.
Rispetto al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, quale la ‘fotografia’ che può essere scattata?

“Si è venuta a creare una frattura epistemologica di fondo. La conoscenza non avviene più per accumulo, perché il quadro di riferimento è profondamente mutato, in relazione al piano educativo e alla trasmissione della vita. Non è sufficiente un approccio ereditario che consegna all’altro le istruzioni per vivere (addestramento/training/formazione).
In un tempo in cui si poteva parlare di cristianesimo sociologico – dove come ci ricordano i documenti ‘cristiani si nasceva’ e i luoghi generativi della fede erano la famiglia, la scuola, il contesto culturale in generale – una catechesi sistematica, organizzata in modo abbastanza scolastico negli spazi e nei tempi, corrispondeva alla situazione in modo efficace.
Questa corrispondenza è venuta meno perché il contesto e la realtà che abitiamo sono diversi. Eppure tutti i tentativi di rinnovamento tendono a operare cambiamenti che non incidono, perché restano dentro il residuo simbolico e culturale di una realtà che non esiste più”.
Quale allora il cambio di prospettiva che bisogna operare?
Personalmente amo partire da un aspetto antropologico e spirituale. Ogni bambino in quanto creatura di Dio, è biologicamente predisposto ad entrare in relazione con Lui. Già nei primi anni di vita vive questa relazione sperimentando dei momenti di gioia non indotta da cause esterne al soggetto.
Cioè ogni bambino predispone di tutte le connessioni per avviare una relazione sensibile (non teorica) con Dio Padre. Non abbisogna di sovrastrutture didattiche o artifici educativi. Eppure abbiamo fatto della catechesi un atto competente, cioè che richiede per essere compiuto un determinato training, una forte consapevolezza e motivazione, corsi specialistici creando una casta di soggetti indispensabili per svolgerlo, preziosi come l’oro: i catechisti.
Si tratta solo di ripensare in profondità questo ruolo, visto più al servizio di un annuncio despecializzato e condiviso, come dei facilitatori di processi di annuncio più che esecutori di progetti catechistici.
Che significa allora che il kerygma supera la comprensione?
“È chiesto oggi di uscire da un approccio sistematico della catechesi, quello in uso da buona parte dei sussidi, dove abbia detto dall’A alla Z cosa vuol dire essere cristiani e chi è Gesù. Possiamo stare sereni se non diciamo tutto, perché non è una teoria che stiamo condividendo, ma l’incontro con una persona e se questo è vero la sua conoscenza si compirà lungo tutta la nostra vita.
Che noia sarebbe pensare di passare una vita con qualcuno di cui pensiamo di sapere già tutto e non è più in grado di sorprenderci. Trasmettere la fede è trasmettere la vita, la mia vita vissuta e provata, sperimentata e sperata dentro questa relazione vivificante di senso che avviene con Gesù.
Il kerygma allora si traduce in un incontro diretto con Lui mediante la Parola, le storie, la comunità, dei gesti, dei simboli, dei riti, delle emozioni… che siamo chiamati a sperimentare e rinarrare. Il kerygma non si spiega si narra, perché è una persona e non una teoria. Se ne fa esperienza perché è una persona e non un concetto. Più usiamo strumenti articolati e artificiali più potremmo fare fatica a vivere questa esperienza”.
(df)



