Domenica 6 luglio – XIV del Tempo Ordinario
(Is 66,10-14; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20)
La missione dei settantadue è un brano ‘forte’ nella storia della Chiesa, perché veniva proclamato all’inizio dei concili ecumenici nel Medioevo e fino al Vaticano I (non al Vaticano II). Al concilio di Vienne nel 1311 fu cantato da Napoleone Orsini, cardinale diacono per 54 anni.
1. La messe è abbondante. La missione dei Settantadue è un comando per tutti i fedeli e ne è il modello. L’inizio è sempre la preghiera: “Pregate il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” Quante persone che fanno grandi progetti di riforma mettono al primo posto la preghiera? Quanti progetti pastorali riguardano il “dover fare” per gli altri e non la santificazione personale? Quanti cristiani impegnati nella pastorale iniziano l’attività con la preghiera?
Quando si è fortificati dalla preghiera, si parte e si va, “come agnelli in mezzo a lupi”, con le sole armi della testimonianza e della persuasione, senza alcun strumento di potenza. Il cristiano è messaggero di serenità e non profeta di sventure, sa che può anche non essere accolto e neppure si rallegra per i successi ottenuti; si rallegra soltanto perché “il suo nome è scritto nei cieli”.
2. Pace a questa casa. Il mandato di Gesù non è un invito a ‘stare in pace’, ma a portare la pace: Egli dice ancora: “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9), non: “Beato chi sta in pace”.
La pace rifiuta la tentazione del godimento, richiede lotta, sofferenza, tenacia, non ha nulla da spartire con una banale vita pacifica, non elude i contrasti ed è cammino in salita prima di arrivare al traguardo.
Non è il contrario della guerra o il vivere in una tranquillità inerte e passiva, ma è uno stile di vita che inizia con la fede e cresce con la collaborazione di tutti: tutti siamo costruttori di pace prima di esserne i destinatari.
3. La vostra pace scenderà su di lui. La pace del vangelo da cercare e da portare è dunque il frutto di una attività. Portiamo la pace prima di tutto quando la possediamo dentro di noi, quando siamo sereni nell’animo e guardiamo al fratello con comprensione, solidarietà, fraternità, senza giudicare e condannare nessuno.
Siamo operatori di pace quando ci rendiamo disponibili per risolvere i conflitti che purtroppo esistono anche nelle nostre comunità, per educare le persone al rispetto e alla stima reciproca, per trovare soluzioni allo sviluppo di ogni persona, dalla formazione culturale all’indipendenza economica.
Siamo operatori di pace quando prendiamo atto delle contraddizioni della nostra civiltà: purtroppo abbiamo stabilito l’equilibrio crudele della economia delle nazioni potenti sul mercato delle armi vendute ai paesi poveri, privi di aratri, di scuole e di ospedali.
È contradditorio lamentarsi delle stragi mentre si costruiscono e si vendono armi, sentirsi minacciati dai profughi che fuggono dai loro paesi dove ci sono guerre fatte con le armi fabbricate nei paesi del progresso.
† Alberto



