Sono poca cosa

Domenica 23 ottobre – XXX del tempo ordinario
(Sir 35,15-17.20-22 – 2Tm 4,6-8.16-18 – Lc 18,9-14)

Il Vangelo di oggi ci indica invece la strada della saggezza, mantieniti a distanza, come Mosè davanti al roveto ardente, Dio non lo possiedi, Dio non può essere afferrato nella Sua immensità, Dio non ci sta dentro gli spazi angusti delle nostre miserie. E Dio sta in silenzio. Lui sì che ha pudore, ci rispetta, non entra violentemente in noi. Ci viene incontro. Il pubblicano è salvato innanzitutto dal suo corpo, che si conforma alla terra. Siamo terra Signore, in attesa di essere plasmati da te. Siamo terra, siamo come tutti gli altri, polvere. Salvezza è stare, pazientemente stare, in attesa di sentire le Sue dita su di noi, mani da vasaio, che ci consegnano al miracolo vita. Stare, in attesa, del Suo soffio, del Suo Spirito, che vuole diventare delicatamente nostro respiro. Il fariseo attraversa con sicurezza il tempio, ed è già violare il mistero, poi parla. Senza vergogna parla. E parla troppo e non ascolta. Mette in vetrina ciò che è. Mette in pratica la sua cultura, mostrarsi perfetto. E mostra anche la fatica, digiuni ed elemosina. Personalissima pornografia spirituale. In vetrina il pubblicano non ha niente da esporre. Si batte il petto, come percuotersi il cuore, come tentare di rompere la creta che tiene imprigionato l’amore.
Metto in mostra solo la mia durezza Signore, vorrei amare ma ho una corazza intorno al cuore: abbi pietà di me peccatore. Spezza tu questa durezza, apri tu le mie chiusure, infrangi le mie tenebre, da solo non posso, da solo non ce la faccio.
Che bello sarebbe se i nostri cammini di fede smettessero di essere farisaici, smettessero il fare per apparire e acquistassero l’umiltà del pubblicano. Sono poca cosa Signore, ormai mi conosco, conosco le mie fragilità, conosco il male che posso fare, conosco di essere responsabile di errori difficilmente riparabili ma, se sono qui, con gli occhi bassi per la vergogna, è perché, in fondo, credo che tu sia misericordioso. E il Vangelo ci riconsegna un uomo, pubblicano, in piedi, in cammino, giustificato. Cioè perdonato. Che bello se i cammini di fede assumessero questo profilo. Che sapore nuove avrebbero le nostre messe se riuscissimo a viverle con pudore e umiltà. Potremmo riscoprire lo stupore che provano soltanto i perdonati, gli amati nonostante tutto, i riconciliati alla vita. Potremmo intuire lo sguardo di Dio, potremmo scoprire come ci guarda Dio. E diventeremmo liberi, la vita cesserebbe di essere un campo di battaglia in cui io sento il dovere di mostrarmi meglio degli altri (arrivando persino al disprezzo) ed inizierei a guardare la storia con gli occhi di Dio. Occhi che amano e donano spazio di rinascita. Vedrei la fragilità altrui, così simile alla mia, e godrei di poter essere per loro testimone dello sguardo di Dio. Sono poca cosa anche io ma agli occhi di Dio sono amato. Ti amo perché tu possa fare esperienza di Dio come me, con me.

don Alessandro Deho’