Charles de Foucauld. Accanto a ogni uomo in totale povertà

La S. Messa celebrata da Papa Francesco domenica 15. maggio in piazza San Pietro (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Appena ho creduto che c’era un Dio, compresi che non potevo fare altrimenti che vivere solo per Lui”: Charles de Foucauld, uno dei dieci nuovi santi canonizzati a Roma domenica, non è un personaggio normale né banale. Aveva una cultura straordinaria, soldi, aveva tutto per una vita di successo. Aveva perduto la fede nell’adolescenza ma, dopo un soggiorno in Africa, al ritorno in Francia, avviene la conversione. Tutto cambia. La Terra Santa, che vide la nascita e la vita di Gesù, lo affascina.
Prende dimora a Nazaret come domestico delle clarisse. Comincia una vita di totale povertà sulle tracce di Gesù, mescolandosi con la gente. Ci sono anche puntate a Gerusalemme, dove accetterà di essere consacrato sacerdote. Ma è ammaliato dal fascino di Nazaret, dalla vita nascosta di Gesù, dall’incarnazione del Figlio di Dio nella quotidianità più assoluta. Così comincia a delinearsi definitivamente la sua vocazione: essere fratello di ogni uomo come Gesù, non nella grande Gerusalemme, ma nel silenzio di Nazaret. Due saranno le direttrici della sua vita: il Santissimo Sacramento e l’Incarnazione quale si rivela a Nazareth, dove Dio, divenuto nostro fratello, viene a incontrare qualunque uomo nelle manifestazioni più quotidiane e più ordinarie.
A 40 anni inizia il vero viaggio della sua vita. Il deserto sarà la nuova e definitiva tappa perché “bisogna passare per il deserto per ricevere la grazia di Dio”. Nel Sahara si spoglia di tutto e si pone accanto ad ogni uomo che incontra in totale povertà, nella contemplazione, nel lavoro, nella solidarietà fraterna. Lo stile di Charles vuole essere quello della bontà, della vicinanza, della prossimità all’altro. Lui, unico cristiano in un mondo musulmano, si impegna con rigore e dedizione nell’aiuto materiale e spirituale di quanti incontra: accoglie, ascolta, dialoga, dà cibo e medicine… si fa amico e fratello. Lentamente, i tuareg lo accolgono come un fratello, chiamandolo “il marabutto cristiano”, l’uomo di Dio, per la sua bontà e la sua grande comunione con Dio. Tiene una abbondantissima corrispondenza, anche nella speranza, vana, di trovare compagni di viaggio.
Morirà a Tamanrasset solo e ucciso da uno che aveva beneficato. Era stato profetico quando aveva ripreso il detto di Gesù: “Se il chicco non muore non porta frutto”. Era morto solo, nel silenzio e nell’umiltà.
Oggi la spiritualità di Nazaret e l’impulso offerto dal sacrificio di fr. Charles anima molte comunità religiose sparse in tutto il mondo a condividere la vita semplice e povera dei diseredati e degli ultimi. È una grande lezione anche per il nostro mondo ecclesiale, troppo spesso legato al solenne e all’appariscente. La profezia è silenziosa. Colui che voleva scomparire nel deserto viene oggi citato da Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” e nell’esortazione sulla santità “Gaudete ed exultate”.

Giovanni Barbieri

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