La prigionia dimenticata di Giuseppe Taliercio

“La prova più lunga, difficile e cruenta che la società civile e le istituzioni abbiano affrontato in epoca repubblicana” – così Sergio Zavoli definì la stagione degli anni di piombo – si concluse con un bilancio di 350 vittime, cadute tra il 1969 e il 1982 sotto il fuoco della violenza politica e delle bombe del terrorismo. Sebbene l’Italia faccia ancora fatica a chiudere i conti con quella stagione resa lontana dai profondi cambiamenti politici e sociali che sono intercorsi, molte delle vicende che hanno riguardato le vittime sono state ormai dimenticate.
Una di queste è quella che riguarda Giuseppe Taliercio, dirigente della Montedison di Porto Marghera, rapito dalla Colonna Veneta delle Brigate Rosse il 20 maggio 1981. Ritenuto responsabile delle morti sul lavoro avvenute in quegli anni nello stabilimento, Taliercio venne ritrovato senza vita, 46 giorni dopo, il 5 luglio, in un’auto nei pressi dello stesso petrolchimico.
A 40 anni di distanza da quei giorni, a narrare la storia del sequestro del dirigente d’azienda nato e cresciuto a Carrara è Pierluigi Vito, giornalista di Tv2000, con il romanzo I prigionieri (Augh! Edizioni, pagine 258, euro 15). A cinque anni dalla sua opera prima, Quelli che stanno nelle tenebre, Vito accompagna il lettore a Tarcento, in provincia di Udine, dove Taliercio venne imprigionato e sottoposto al rituale “processo proletario”. È dalla mansarda-carcere che l’autore spalanca lo sguardo sull’Italia di allora, quella delle liste della P2 appena scoperte e del dramma di Alfredino Rampi.
Ma il romanzo è soprattutto un viaggio nei sentimenti dei suoi protagonisti: da quelli del prigioniero, che lotta contro la solitudine e la disperazione immaginando di scrivere lettere all’amata moglie, a quelli dei membri della Colonna brigatista, alle prese con amori infranti e tormenti sull’utilità del sequestro.
Vito, pur basandosi sulle carte processuali, sulle fonti giornalistiche dell’epoca e sulle conversazioni con chi partecipò al rapimento e con i famigliari della vittima, non offre una mera cronologia del sequestro e nemmeno un resoconto fedele: semplicemente racconta il Taliercio marito, padre di 5 figli, professionista rigoroso ma attento alle condizioni di vita degli operai che visita a domicilio per provvedere alle loro eventuali necessità.
Emerge soprattutto il Taliercio cristiano adulto nella fede, come lo erano Aldo Moro e Vittorio Bachelet, che caddero sotto il fuoco brigatista negli anni precedenti. Le sue parole e le sue preghiere sono il filo conduttore della narrazione “di un uomo forte, dignitoso, coraggioso. Una dignità e un coraggio che io e altri non abbiamo avuto”, come ebbe a dire il suo uccisore Antonio Savasta.
Nel commemorare i 35 anni dalla morte dell’ingegnere, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ebbe a dire che “proprio da figure come Taliercio possiamo trarre esempio per rinsaldare i valori della convivenza, della solidarietà, della libertà, in tempi in cui nuove forme di estremismo e di violenza si affacciano minacciose nella nostra società”. Parole in linea con il messaggio che Vito vuole restituire al lettore con il suo romanzo: riportare alla memoria un periodo crudele e nefasto per l’Italia affinché il tributo di dolore individuale e collettivo degli anni di piombo non sia inutile, ma serva ad attingere la forza per chiudere i conti con quel periodo e per costruire, partendo ciascuno dalla propria esistenza, una convivenza sociale diversa.

Davide Tondani

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