Ci mette subito davvero a nostro agio Claudio Fava con il titolo del suo ultimo libro: “Non ti fidare” (Fandango, 2026)! Sono le ultime parole rivolte da una madre alla figlia, pochi secondi prima di morire, nel letto di casa, al termine di una lunga malattia, al termine di una vita trascorsa con un segreto tremendo e inconfessabile.
Quel consiglio riecheggia lungo tutte le pagine di un romanzo attraverso il quale l’autore rivive con noi le conseguenze della dittatura militare che cinquant’anni fa in Argentina, con un colpo di stato, aveva insediato un governo repressivo e disumano, guidato dal generale Jorge Rafael Videla, che fece arrestare, torturare ed uccidere decine di migliaia di giovani, donne e uomini, negli anni fra il 1976 e il 1983.
Giornalista, saggista, scrittore da sempre impegnato, con esperienze politiche anche nella Camera dei Deputati e nel Parlamento Europeo, Fava si concentra sulle drammatiche vicende dei bambini strappati con la violenza ai legittimi genitori e adottati dalle famiglie dei protagonisti dell’orrore o dei loro sostenitori.
È questa una pagina non ancora completata, con le storie che emerse a poco a poco negli anni e ancora in questi mesi; sono storie di violenza senza pietà, di donne incinte incarcerate fino al parto e poi uccise, spesso con la pratica dei voli della morte: i corpi storditi dalla droga ma ancora vivi gettati nell’oceano da grandi altezze così che non avessero scampo.
Donne scomparse dalla vita di quanti le conoscevano, ma del tutto sconosciute a quei figli che, appena venuti al mondo, sono stati affidati ad altri genitori, sempre percepiti come propri nella inconsapevolezza della violenza alla base di quella “adozione” e di quanto fossero complici del regime.
La storia di Stella è dunque un romanzo nel quale si assommano tante storie vere: una giovane donna che vive in Italia, dove il padre – ufficiale argentino fedele della giunta militare golpista – aveva trovato rifugio con la moglie e portando con sé la bambina quando il vento nel grande paese sudamericano aveva ritrovato la democrazia.
Una nuova vita, anonima in una anonima casa di una Roma non troppo accogliente; un’esistenza comunque tranquilla fino alla morte della mamma, fino a quella frase dal significato in apparenza incomprensibile e, soprattutto, fino a quel bussare improvviso e insistente alla porta.
È il passato che ritorna, improvviso e invadente, sotto forma dell’arresto del colonnello Carnevale – questo il cognome dell’ufficiale – da parte delle autorità italiane e della comparsa di un vecchio “collega” del padre.
La vita di Stella si evolve in un vortice che sembra senza fine, ma il racconto non si sviluppa lineare come il lettore si aspetterebbe. I fatti si accavallano e la vicenda si aggroviglia, le certezze della protagonista scompaiono e a tratti sembra perduta anche ogni razionalità.
Ci sono i dialoghi serrati con Elena, l’unica vera amica a cui confida sempre tutto, anche quella sua doppia esistenza di insegnante di geografia appassionata e di donna alla ricerca della propria esistenza che si concede a clienti abituali, non sempre per denaro.
C’è un fugace viaggio a Buenos Aires alla ricerca di risposte impossibili, c’è più di un confronto con il padre nel carcere romano dove è detenuto. E, infine, c’è la sua testimonianza davanti al giudice, in tribunale: dalle sue parole dipenderà il destino di quell’uomo che “non è suo padre”, ma anche il risultato del confronto con quell’invadente passato dominato dalla figura di una mamma mai conosciuta, una giovane donna strappata alla vita e cancellata per sempre dal mondo.
Paolo Bissoli



