“Se fossi potuto rimanere qualche minuto da solo con il papa e avessi potuto parlargli della resurrezione della carne e della vita eterna e domandargli se davvero mia madre avrebbe rivisto mio padre, allora avrebbe avuto tutto il senso del mondo scrivere questo libro”.
È sulla base di questo motivo che Javier Cercas, spagnolo, autore del celebre “L’impostore”, reso celebre per la forma narrativa del “romanzo senza finzione”, ha accettato un invito insolito, formulato dai vertici del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede: accompagnare Papa Francesco nel suo viaggio in Mongolia, nell’agosto 2023, e scriverne poi in un libro. “È la prima volta che qualcuno scrive un libro su un viaggio del Papa” – cerca di convincerlo il direttore della Libreria Editrice Vaticana.
Offrendo consapevolmente l’opportunità ad uno scrittore che nel fulminante prologo del libro si autodefinisce “ateo, anticlericale, laicista militante razionalista ostinato, empio rigoroso”, lasciandolo libero di strutturare il volume come meglio crede e anche di pubblicarlo con un’altra casa editrice, come effettivamente è accaduto.
Dall’accettazione di quella proposta è nato un corposo ma scorrevole volume di oltre 450 pagine, intitolato “Il folle di Dio alla fine del mondo” (2024, Guanda).
Come definire il libro di Cercas? È il diario del viaggio di “un folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo”, andando incontro alla minuscola comunità cattolica mongola, 1.500 fedeli in un paese che ha conosciuto l’ateismo di Stato e un pugno di missionari che spendono la loro vita in un paese estraneo al cristianesimo.
Lo sguardo acuto dell’autore coglie il paradosso del capo di una Chiesa da un miliardo e trecento milioni di fedeli che attraversa il globo per incontrare una piccolissima comunità in uno Stato dagli spazi infiniti ma in una posizione strategica tra Russia e Cina da cui tessere una silenziosa diplomazia.
Contemporaneamente il libro del romanziere spagnolo è anche un saggio in cui, attraverso un viaggio pastorale verso una delle “periferie” tanto amate da Francesco e con gli occhi dell’ateo cresciuto in una famiglia cattolica, l’autore si addentra senza sconti nella vita di papa Bergoglio, nella sua personalità, nella sua fede, nella visione di un uomo arrivato sul Soglio di Pietro dalla periferia del mondo.
In questa indagine corroborata dal confronto con i principali collaboratori del Papa prima e dopo il viaggio e con i missionari che da tre decenni testimoniano il Vangelo nella sperduta Mongolia, emerge l’idea dell’autore sul messaggio che la Chiesa propone al mondo di oggi, sul suo linguaggio, sulle difficoltà che essa affronta.
Ma “Il folle di Dio alla fine del mondo” è anche il romanzo del conflitto interiore di Cercas, che non finge alcuna conversione ma va alla ricerca per tutto il viaggio, in tutti i suoi colloqui, di una risposta a quella domanda che lo perseguita: «se mia madre vedrà mio padre al di là della morte».
Alla fine “il folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo” riesce a formulare la sua domanda al Papa e a riportare la risposta all’anziana mamma. «Non so se starà comodissimo qui, però.,, » esordisce l’anziano pontefice sul volo papale verso la Mongolia. La sua risposta sulla resurrezione dalla morte e sulla vita eterna, arriverà solo alla fine del libro. Come in tutti i romanzi. E come in ogni vera ricerca di Dio
Davide Tondani



