Trenta ex allievi del Liceo Classico “Giovanni Berchet” di Milano, nel 1975, all’indomani della maturità, decidono di vincolarsi ad una scommessa collettiva: ciascun compagno della terza A verserà annualmente su un conto comune una somma di denaro che lieviterà nel tempo e che si aggiudicheranno gli ultimi tre compagni di classe che rimarranno in vita.
È il “congegno” narrativo attorno a cui si snoda “I convitati di pietra” (Einaudi, 2025) l’ultimo libro di Michele Mari, scrittore di culto e tra i più colti e originali del panorama contemporaneo italiano.
Il 22 luglio di ogni anno, dal 1976 al 2050, gli ex compagni si riuniranno a cena per contare i superstiti e monitorare il reciproco stato di salute. Gli anni passano e si susseguono una serie di omicidi, suicidi, invidie, incidenti e morti violente, macumbe e malattie tra cui si dipanano le vite di un vortice di personaggi che il lettore impara a conoscere in modo più approfondito con il passare del tempo man mano che gli ex alunni progressivamente muoiono per le cause, appunto, più disparate.
Più si riduce il numero dei compagni, più emergono le storie e, soprattutto, le ossessioni dei superstiti. Chi sopravviverà? Semprini appassionato cinefilo ossessionato da Gene Hackman o Luca Brodo che si dedica a perverse macumbe? Oppure, Rivadeneyra esperto di finanza e incaricato di occuparsi di far fruttare il gruzzolo della riffa?
Mari delinea un campionario di personaggi in cui probabilmente chiunque può individuare almeno qualche caratteristica di propri compagni di liceo. I rancori repressi, gli amori mai dichiarati, le invidie nate sui banchi di scuola si rinfocolano con il passare del tempo e l’età dei protagonisti: il risultato (senza aggiungere altro per evitare spoiler) è una “commedia nera”, come l’ha definita l’autore, un po’ Squid Game, un po’ Dieci piccoli indiani di Agatha Christie ma anche Compagni di scuola di Carlo Verdone, il tutto condito dal caratteristico gusto per il grottesco presente in tante opere di Mari.
Un libro divertente, seppure non il migliore dell’autore, con alcune pagine esilaranti e disseminato di citazioni e riferimenti (per lettori di livello pro o per fini conoscitori della toponomastica milanese che ricorre ossessivamente).
Manca del Mari migliore, soprattutto, quel suo modo di usare la lingua italiana, fatto di virtuosismi linguistici e forme desuete (che molti avvicinano allo stile di Gadda o Landolfi), ma anche un colpo di scena cinico o uno scarto finale capace di far cambiare prospettiva a quello che rimane altrimenti un, pur bellissimo, esercizio di stile.
Un libro in ogni caso da leggere, perché anche un Mari minore (quantomeno a parere di scrive) tocca comunque livelli altissimi di scrittura che pochi altri riescono a raggiungere nel panorama italiano.
Chiara Filippi



