La chiesa della SS. Annunziata compie 550 anni

Tra il 1470 e il 1471 l’apparizione della Vergine davanti alla maestà al Ponte di Saliceto e la costruzione del primo edificio voluto dal medico Princivalle Villani

Veduta aerea della chiesa e del convento della SS. Annunziata

Il grande santuario della SS. Annunziata, che con l’annesso convento è monumento nazionale dal 1894, ha un’origine ben nota (la Vergine si manifestò sul finire del 1470) e una data di avvio della costruzione ben precisa (il 1471). Ricorrono dunque in questi mesi i 550 anni dall’apparizione della Madonna alla giovane della famiglia Miliani di Torrano che pascolava le pecore nei pressi del ponte di Saliceto e la decisione di Princivalle Villani di far costruire in quel luogo il primo edificio così da custodire la preziosa immagine.

Pietro Bologna in “Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi”, ci ricorda come “Princivalle Villani medico, uomo facoltoso e pio” finanziò a sue spese la costruzione di una cappella “per racchiudervi il tabernacolo contenente la miracolosa immagine”; lo certifica la lapide marmorea su uno dei lati del tempietto ottagonale al centro della navata.

La maestà posta in origine nel tabernacolo davanti al ponte di Saliceto e da secoli conservato all’interno del tempietto

Saranno poi i suoi figli, Giovanni e Guglielmo, “avendo raccolte molte oblazioni dei fedeli” a promuovere la costruzione di un “grandioso tempio” visto l’accorrere di un numero crescente di fedeli da ogni parte ad ammirare la raffigurazione dell’Annunciazione, opera di un ignoto artista di strada, e a pregare davanti ad essa. Fra i tanti anche i duchi Bianca e Galeazzo Maria Sforza durante il viaggio verso Firenze.

Il suo essere posta lungo la via Francigena, in quel periodo ancora una delle principali direttrici europee, ne diffuse la notorietà agevolando l’afflusso di pellegrini e di devoti che furono evidentemente molto generosi in materia di offerte e donazioni se appena tre anni dopo la costruzione della prima cappelletta il vescovo di Brugnato, il pontremolese Bartolomeo Uggeri, aveva già impartito la benedizione durante la cerimonia di posa della prima pietra della nuova chiesa. 
Come ricorda Giovanni Sforza, la chiesetta voluta dal Villani 550 anni fa aveva dimensioni contenute (poco più di 13 metri per 11) con una porta per gli uomini rivolta a nord e una per le donne sul lato sud; la cappella non era orientata come l’attuale santuario: la facciata, infatti, era rivolta verso il monte Galletto sul fianco del quale correva una strada che dobbiamo immaginare come un percorso tortuoso e caratterizzato da numerosi saliscendi per superare le frequenti “lame” che dalla montagna scendevano al fiume. La sacra immagine era così sempre visibile a tutti i viandanti grazie al fatto che su quel lato l’edificio era chiuso solo da una cancellata.
La facciata della chiesa e il ponte di Saliceto nei primi decenni del Novecento precedentemente all’abbattimento dei muretti e alla realizzazione dei marciapiedi a sbalzo

Per il nuovo tempio era anche stata nominata una “commissione,  composta di Girolamo Bemesseri, Antonio Oppicini, Bartolomeo e Guglielmo Villani con incarico di presiedere alla costruzione della fabbrica, la quale durò vari anni, almeno nelle parti decorative e accessorie, trovandosi che soltanto il 16 ottobre 1524 fu consacrata la chiesa dal Vescovo di Brugnato Filippo Sauli alla presenza di 40 Agostiniani tutti dimoranti nel Convento”.

Il profilo ad arco del ponte in una foto degli anni Sessanta dell’Ottocento
La presenza dei monaci era stata una scelta ben precisa e meditata fin dal momento della decisione di ampliare la cappella di Princivalle Villani. Erigere con la nuova chiesa anche un convento avrebbe potuto meglio garantire, nelle intenzioni della comunità pontremolese, una più  lunga durata e una custodia del culto. Così alla fine del marzo 1474 il Consiglio Generale di Pontremoli aveva approvato la proposta: i contatti con i Francescani che già avevano un convento a Pontremoli non ebbero fortuna e la scelta cadde sui Padri Agostiniani della Congregazione di Lombardia. Meno di sei mesi dopo, il 16 settembre, papa Sisto IV firmò la bolla per l’erezione del convento e il 7 ottobre gli Agostiani ebbero l’investitura del santuario con la famiglia Villani che cedette loro i diritti di proprietà che deteneva sulla cappella fatta costruire dal medico Princivalle.
Nel 1525, appena un anno dopo la consacrazione della chiesa evidentemente appena completata, il Comune di Pontremoli deliberò che la vecchia cappella, rimasta inglobata nel nuovo edificio e che aveva continuato a conservare l’affresco dell’Annunciazione, fosse sostituita da un “tempietto di marmo ottagono”, quello che Bernardino Campi avrebbe definito “una magnifica cappella di marmo alla SS. Annunziata del Ponto di Saliceto”.
Il borgo della SS. Annunziata con il ponte di Saliceto in una mappa della metà del XVII secolo

La chiesa andava così assumendo l’aspetto a noi oggi familiare: alla fabbrica principale era stato addossato il convento sul lato sud, mentre su quello settentrionale i conti Rossi di San Secondo avevano fatto innalzare la cappella di San Nicola da Tolentino sopra la quale era “una bella loggia coperta prospiciente al di fuori, che oggi più non esiste essendone stati murati, non si sa quanto, fino al tetto i parapetti” come scrive ancora Pietro Bologna che ci fornisce anche le misure interne del nuovo santuario: “dal pavimento alla volta metri 19; dal muro di facciata a quello del coro metri 54; dall’una all’altra parete laterale metri 11”.

Certo non sfugge al visitatore la posizione elevata del coro che si apre alla sommità di una scalinata di 14 gradini. Ancora Bologna spiega che “per dar posto alla chiesa e al convento fu tagliata la roccia, ma il presbiterio e il convento furono tenuti più alti risparmiando così nella spesa del taglio e rendendo nel tempo stesso più salubre l’edifizio”. Una descrizione utile anche per provare ad immaginare l’ambiente nel quale la chiesa venne costruita: il luogo “altro non era che un poggio o durissimo scoglio che si stendeva fino al fiume Magra”. Dunque anche qui, proprio di fronte al ponte che dagli anni a cavallo tra Due e Trecento sostituiva il guado, doveva essere una “lama” di dura pietra arenaria che scendeva dal monte; pietra che venne comunque tagliata per un fronte piuttosto lungo per far posto al convento e alle prime case del borgo. “Il concorso dei fedeli a venerare la Sacra Immagine operò che vi si introducessero alcune Fiere… e per tale motivo ancora, vi fu fino dal 1473 principiato a fabbricarsi il Borgo e proseguito il taglio dello scoglio fino all’antico Convento dei Cappuccini” che si trovava poco oltre San Lazzaro, nell’area che secoli dopo avrebbe poi visto la costruzine della Villa Ceppellini e l’ampliamento del cementificio.
Come accennato la strada non era agevole, ma condizionata dalla presenza delle “lame”; per facilitare il collegamento con la chiesa e il convento “vi fu aperta una larga strada in piano, assai comoda, che da Pontremoli comunica col detto convento”.
Prima Biagio da Firenze, poi Martino da Lugano furono i “maestri” che si occuparono del cantiere della nuova chiesa: il primo dall’agosto 1474 all’aprile 1475, il secondo fino al completamento della grande opera muraria per la quale furono necessarie ingenti quantità di pietra, necessarie anche per il rivestimento delle grandi superfici esterne e la realizzazione di nicchie, portali e finestre sia nel santuario come nel convento. Un cantiere che vide impegnate all’Annunziata anche maestranze specializzate arrivate spesso da territori non certo vicini, soprattutto per l’epoca; così la lavorazione delle pietre venne affidata già nel 1474 a lapicidi lombardi diretti da Jacobo da Como. Li attendeva un lavoro lungo e impegnativo abbattere le “lame” e spianare gli scogli nell’area dove costruire la nuova chiesa e il convento: lo testimoniano i tagli ancora visibili sulla roccia del monte Galletto lungo il sentiero che tuttora corre dietro il complesso religioso.
Il profilo del lupo, simbolo dei Lueti, scolpito su una pietra sulla facciata

Tra la pietra ricavata dallo sbancamento quella di migliore qualità era destinata alla costruzione degli edifici, altra ne veniva estratta dai fianchi del colle di San Genesio che si alza proprio di fronte all’Annunziata sull’altra sponda del fiume. E ancora se ne poteva ricavare lavorando i massi presenti nel greto della Magra stessa. Lavorazione nella quale era impiegata mano d’opera specializzata locale: tagliapietre tra i quali sono nominati vari artigiani come Pietro Rampino della Costa o Barnaba della Pieve. Tra i tanti citati negli elenchi si possono ricordare Simonino da Mignegno per la realizzazione delle “piagne” necessarie alla copertura dei tetti o i fratelli Cristoforo e Lodovico da Bratto, Francesco del Ponte e Pietro della Pieve addetti al trasporto.

Figure lontane la cui eredità è l’opera che hanno contribuito a realizzare: un complesso monumentale ricco di storia e di arte, scaturito da una devozione che mosse dall’apparizione miracolosa davanti ad una maestà e si concretizzò in una così grande moltitudine di fedeli da spingere prima il singolo ad edificare la cappella poi la comunità ad erigere la chiesa e il convento così come oggi li conosciamo attorno al quale sorge un nucleo abitato di primaria importanza.
Paolo Bissoli

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