Basta parole d’ amore

Domenica 25 ottobre – XXX del tempo ordinario
(Es 22,20-26; 1Ts 1,5-10; Mt 22,34-40)

40vangeloAma colui che è prossimo alla tua vita perché Dio ti sta cercando da lì. Andrebbero ringraziati i poveri, i fragili e i bisognosi. Andrebbero ringraziati i ragazzi che mettono in crisi le nostre strutture educative, le famiglie che fanno saltare le nostre convenzioni, i migranti che forzano le nostre chiusure, gli adolescenti che disertano le nostre liturgie… loro sono uomini e donne che ci interpellano alla costruzione di una umanità credibile. Dei grandi discorsi sui poveri non ce ne facciamo nulla, sol
uzioni definitive alla fragilità fortunatamente non ce ne sono, nessuno schema, nessun modello, non esistono risposte risolutive al bisogno educativo delle nostre comunità, la fragilità fa parte della natura, negarla è l’unico grande errore. Noi siamo chiamati a riconoscere, ascoltare e ospitare fragilità. Non siamo chiamati a trovare strategie ma a lasciarci convertire dalla povertà e alla povertà. Non molestare, non maltrattare, non opprimere, non imporre usura… il povero diventa per il credente lo spazio concreto e non teorico per costruire una vita capace di misericordia, di pazienza, di libertà, è la nostra risposta alla fragilità a costruire la nostra identità. L’amore all’altro diventa comandamento fondamentale perché senza l’altro io non mi costituisco come uomo, io sono dipendente dall’altrui fragilità.
Gesù crea un triplice legame di identità in cui l’altro, io e Dio sono inscindibilmente legati tanto che anche Dio decide di dipendere dal prossimo che è l’uomo, la visibilità divina nel mondo è sospesa alla nostra obbedienza all’Amore. Dall’amore a Dio e al prossimo “dipendono tutta la Legge e i Profeti”, dall’amore che sappiamo testimoniare dipende la visibilità del volto di Dio nel qui e ora.
Un Dio che si lascia coinvolgere dall’uomo abitandone la fragilità è anche un appello a riconoscerlo presente nelle nostre di debolezze. Che vanno ascoltate e non teorizzate. Occorre riconoscerci nelle nostre povertà perché noi siamo stranieri cioè bisognosi di una Terra dove finalmente poter stare, noi siamo orfani in cerca della nostra origine, vedove in cerca dell’amore di una vita, noi siamo poveri, dipendenti da un mantello che ci protegga dalle intemperie della vita: solo ospitando le nostre fragilità possiamo fare esperienza di Dio. Non siamo chiamati a nascondere e nemmeno a risolverle le nostre debolezza ma ad ospitarle con grazia e umiltà: e diventeremo dimora della compassione divina in noi. Come saremmo belli, credibili e non violenti se sapessimo vivere riconciliati e bisognosi, sorridenti nei nostri limiti, pacificati perché liberi di mostrare al mondo la nostra vulnerabilità, che belli saremmo senza dover fingere di essere indispensabili, senza sentirsi in obbligo di riempire tutti i bisogni ma fieri di mostrarci affamati d’amore.

don Alessandro Deho’

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