San Francesco Fogola, martire evangelizzatore

Ottobre 2000. Nel ventennale della canonizzazione del frate lunigianese martire in Cina

40cina_SanFogola1La travagliata storia dei rapporti tra Cina e Cristianesimo si è intersecata con la storia della Chiesa della Lunigiana che, al pari di tante altre, ha donato tanti missionari alla causa dell’evangelizzazione. Fra questi, Francesco Fogola (Montereggio, 4 ottobre 1839 – San Si, 9 luglio 1900), è il più famoso. Battezzato a Montereggio (allora in Diocesi di Massa), cresimato ad Adelano di Zeri, il giovane Fogola studiò a Montereggio, poi da uno zio sacerdote in Val Baganza, per tornare in Lunigiana, alle elementari del Piagnaro a Pontremoli.
L’emigrazione della famiglia a Parma lo portò a frequentare i Frati Minori presso la chiesa dell’Annunziata, in Oltretorrente, e a maturare la sua vocazione che si perfezionò in convento a Montiano (Cesena). Dopo avere preso i voti, venne ordinato sacerdote a Parma nel 1863. Nel 1866 la decisione di andare in missione: 13 mesi dopo il giovane frate arrivò a Tai Yuan, capitale della regione dello Shan-si. Trascorse i primi diciotto mesi nel distretto di Ta-tun-fu per essere poi destinato alla missione di Ki-sien e Pin-iao dove, sparsi in numerosi villaggi, vivevano 1.500 cristiani. Rimase lì per sette anni dove si immerse nella lingua cinese e negli usi e nelle tradizioni locali.

San Francesco Fogola (1839 - 1900)
San Francesco Fogola (1839 – 1900)

Divenuto Vicario generale dello Shan-si meridionale, dove vivevano 4.000 cristiani ridotti all’estrema miseria dalla siccità, solo nel 1897 farà un temporaneo ritorno in Europa, l’ultimo. Prima del rientro in missione avvenne la sua consacrazione a vescovo, a Parigi, nel 1898. Tornato in Cina, per ricoprire il suo incarico di vescovo coadiutore del titolare monsignor Grassi, fu vittima di una stagione di rivolte che la storiografia ricorda come “Rivolta dei boxer”.
La Cina di quegli anni era fortemente indebolita dal conflitto con l’Inghilterra di metà secolo, da una successiva guerra civile e soprattutto dall’aggressione giapponese del 1894-95, che fece della Cina uno Stato diviso in sfere di influenza tra le principali potenze dell’epoca.
È in questo contesto che montò un forte risentimento antioccidentale e anticristiano, spiccatamente nazionalista, cresciuto nelle campagne cinesi, e addestrato nelle scuole di Kung-fu, arte descritta dalle testimonianze europee del tempo come simile a quella dei “boxer”. In questo contesto matura l’imprigionamento, nel luglio del 1900 dei vescovi Fogola e Grassi, di due sacerdoti, un frate, sette suore, cinque seminaristi e dieci domestici, successivamente uccisi tra il 5 e il 9 luglio dopo aver rifiutato di abiurare la fede cristiana.
Il martirio varrà a Francesco Fogola e ai suoi compagni la beatificazione da parte di Pio XII il 24 novembre 1946 e la canonizzazione, da parte di Giovanni Paolo II primo ottobre 2000, una data dunque cara a Montereggio, che celebra San Francesco Fogola il 9 luglio, ma che fu pretesto per un nuovo scontro diplomatico tra Cina e Vaticano.
Se a Roma si scelse ufficialmente il primo giorno del mese missionario per elevare agli altari 120 vittime della persecuzione anticristiana in Cina, per il partito comunista di Jiang Zemin si trattava di una provocazione, essendo lo stesso giorno della festa della Repubblica Popolare.
Per Pechino, la contestazione riguardava anche la scelta vaticana di canonizzare quelli che il regime cinese, nella sua rivisitazione in chiave comunista di quel contesto storico, considerava persone indegne perché legate all’attività imperialista e colonialista delle potenze occidentali e il loro assassinio un atto di ribellione da parte del popolo cinese contro l’invasione straniera.

Davide Tondani