Fratello

Domenica 6 settembre – XXIII del tempo ordinario
(Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20)

33vangeloMa rimane un fratello. Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te… Signore ci chiedi oggi di non smarrire mai la parola “fratello”. Nemmeno se lui ci colpisce a tradimento, nemmeno se sbaglia, nemmeno se ha torto, nemmeno se ci fa davvero male. L’altro è fratello e fratello rimane. Che è come custodire un’origine comune, che è come dire di non smarrire il ricordo di quella vita condivisa, l’infanzia, quando i litigi duravano il tempo di un gioco. L’altro è nostro fratello. E Dio a supplicarci: non cambiare il suo nome. Chiamare in altro modo è iniziare il processo di uccisione. Chiamarlo in altro modo è prendere le distanze. Chiamarlo in altro modo, o non chiamarlo più, è iniziare a diluire il dolore, a sancire la morte. Invece un legame che si spezza deve farci male, deve restare aperto come una ferita esposta, nervo scoperto di un tradimento al Sogno dell’Incontro.
E’ mio fratello quello che mi ha fatto male, e io non posso perderlo.
E poi va’. A muoversi non è chi ha fatto ma chi ha subito il male. Invito al movimento è per chi ha il cuore tagliato. Per chi ha subito un torto. Galateo è imparare a chiedere scusa, vangelo è muovere passi verso chi non vuole nemmeno desiderare la riconciliazione. Vai, dice Gesù, che il pericolo più grande nelle relazioni è l’immobilità, è chiudersi nell’orgoglio, è ostentare attese, è sentirsi nel diritto di pretendere che sia l’altro a compiere il primo passo. Il peccato ti uccide dentro, questo ripete Gesù, e chi è morto non cammina più. Ecco perché non possiamo pretendere che chi commette una colpa venga verso di noi… siamo noi chiamati ad andare verso di lui. Sentiamo qui tutta la folle libertà di Gesù, sentiamo che il cristianesimo non c’entra nulla con il buon senso. Sentiamo che legami antichi e perduti tremano sotto la carezza decisa di queste parole. Feriti ma in cammino verso chi ci ha fatto male.
E in silenzio. Nel segreto. Con la cura e il tatto di chi non vuole ferire. Che il cuore di chi mi ha fatto male deve essere custodito, protetto, che è un cuore fragilissimo e provato dall’odio, che l’odio, il cuore, lo contorce, lo schiaccia: l’odio ha unghie affilate. Poi è mio fratello, non posso rischiare di perderlo, è già troppo lontano, è già ai margini, rischia di cedere fuori dalla vita, non posso fargli male. Fra te e lui solo, intorno il niente e il nessuno, nel segreto, come due amanti. Che le relazioni sono fragili. Esigono attenzione. E io chiedo al Signore la forza per imparare questa tenerezza. Almeno un po’. Che la perdita del fratello possa essere così dolorosa da rendere ridicolo l’orgoglio, la vergogna, la paura di essere considerati deboli… questa è fede. L’altro al centro del mio agire.

don Alessandro Deho’

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