Vanno e basta

Domenica 5 aprile, Pasqua – Risurrezione del Signore
(At 10,34a.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9)

15vangeloMaria di Magdala e l’altra Maria vanno a visitare la tomba. E non si dice il perché, Matteo non specifica il motivo, non serve. Vanno per ungere il corpo? Vanno per portare a termine qualche compito legato alla pratica funebre? Vanno e basta. E a me sembra bellissimo. E questo semplice gesto che lascia sottintesa tutte le possibili motivazioni ribalta la domanda, dal “perché vanno al sepolcro?” a “perché non dovremmo andare?”. Ora che Lui è morto sono tutte le altre strade a non avere più senso, questa è l’unica che rimane. Solo occhi maschili possono chiedersi “a cosa serve andare al sepolcro”, occhi femminili lo sanno che l’amore non serve, l’amore semplicemente “è”, anche oltre la morte, anche solo per un cadavere, anche solo per portare lacrime il più vicino possibile al limite. Il Risorto ha occhi femminili.
Quello che succede poi è difficile da raccontare, sono immagini, appena usate risultano insufficienti, appena narrate mostrano la loro fragilità, accennano, lasciano aperti spazi, evocano, dicono e si sciolgono.
La prima immagine è un terremoto. Come se la terra fosse attraversata da un brivido, come se dentro il cuore del creato una forza inaspettata venisse a spostare la pesantezza accumulata negli ultimi giorni. Una forza inaspettata a smuovere il profondo della vita, senza questa forza noi non avremo mai avuto il coraggio e neppure la possibilità di pensare ad altro che non fosse la morte.
La seconda immagine è come un angelo dal cielo che toglie la pietra e ci si siede sopra. E le donne lo sanno che la pietra più pesante da spostare era quella che sigillava i loro cuori. Poi le guardie, loro non possono capire, perché solo chi ama comprende. Loro, le guardie, si spaventano e rimangono come morte. L’amore è giusto che spaventi, l’amore deve spaventare, è forza troppo grande, terremoto e luce e inaspettata forza. L’amore deve spaventare, lascia stordito chi vive in difesa, chi vive facendo la guardia a ciò che è morto.
Infine “non è qui”, un commovente pugno di poche lettere, un seme che apre mille strade, una rottura nella trama causa-effetto. Il crocifisso è morto ma non è qui. Questo è il terremoto più profondo, il terremoto di una domanda che nasce e che ci riconsegna alla Speranza: “dove è?”. Che bella questa piccola rivoluzionaria domanda: “dove sei Risorto, oggi?” Se dove ti stiamo cercando tu non ti fai trovare è perché vuoi regalarci un Altrove, un Cammino, Orizzonte. Ti chiediamo perdono Signore per tutte le volte che pretendiamo di chiuderti in sepolcri perfetti per tenerti sotto controllo. Un terremoto vogliamo che ci smuova nel profondo che ci permetta di dire, ancora e di nuovo: “dove sei?”. Liberaci Signore dalla follia di volerti rinchiudere nei nostri schemi, nelle nostre fissazioni, nelle nostre paure. Aiutaci a ricordare che Tu sei e sempre sarai il nostro “non è qui”, portaci a piangere al confine delle pietre che sigillano morte, donaci la nostalgia della Vita, inaugura un nuovo coraggio, dacci occhi che amano, perché solo chi ama crede, e fa risorgere la vita.

don Alessandro Deho’

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