Una dura lezione da imparare

17editorialeLa pandemia da COVID ha messo a fuoco i limiti della società occidentale. I commenti iniziali ai fatti di Wuhan erano vagamente razzisti: “Non poteva succedere che ad un popolo così diverso e distante dalla nostre tradizioni ed abitudini!”. Mentre l’infezione si diffondeva nel nostro Paese, si minimizzava al grido di “è una semplice influenza!”. Poi i bollettini dagli ospedali sempre più cruenti e, non del tutto tempestiva, la serrata nazionale decisa dal governo.
Al di là della retorica che parla di eroi, le condizioni di lavoro del personale sanitario sono state terribili, con i dispositivi di protezione (DPI) latitanti e turni ai limiti della resistenza. La società scientifica degli anestesisti, già nelle fasi iniziali del contagio, aveva diffuso fra gli addetti ai lavori un documento che, in tono burocratico, tentava di definire criteri di selezione dei pazienti, indicando, tra gli altri, l’età. Argomenti scivolosi ed equivocabili.
Alcune associazioni di medici francesi e spagnoli hanno fatto lo stesso. Molti governatori degli Stati Uniti hanno disposto che non fossero ammessi in rianimazione i disabili. I medici si sono ritrovati costretti a scegliere tra “sommersi e salvati”, facendo i conti con la ristrettezza dei posti in rianimazione e le necessità di ricoveri. Nessuno ha seguito le raccomandazioni.
Le scelte, ispirate all’umanità e alla professionalità, sono state orientate in base alle possibilità di ciascun paziente di trarre beneficio dal trattamento intensivo. Le linee guida, se ben strutturate, avrebbero potuto essere d’aiuto, ma sono state premature e fuori centro. Sarebbe stato meglio focalizzarsi sui notevoli deficit organizzativi: le ore d’attesa necessarie per ottenere un posto in rianimazione hanno causato un numero imprecisato di decessi; il ritardo-rifiuto delle persone a recarsi in ospedale per paura del contagio ha rivendicato un ulteriore prezzo da pagare.
In più, le scelte precedenti, da parte di molte regioni, di centralizzare tutti i servizi dentro gli ospedali, con conseguente impoverimento della medicina territoriale, hanno determinato l’affollamento dei pronti soccorsi, facendoli diventare serbatoi di infezione e causando il contagio, e talvolta la morte, di pazienti e operatori. Le risposte dei professionisti della sanità sono state straordinarie e hanno rivelato una generosità ed una abnegazione rimarchevoli.
Le considerazioni della società scientifica sono state frettolose e non hanno intercettato le necessità degli operatori. È chiaro che Il funzionamento del servizio sanitario nazionale deve essere ridiscusso. Non è ragionevole una sanità pubblica parcellizzata in venti servizi sanitari regionali differenti, che si fanno la guerra fra loro e si ribellano alle direttive del governo centrale.
Devono essere definiti percorsi e strutture COVID e non COVID, e deve essere dedicata la massima attenzione alla identificazione degli infetti ed al trattamento precoce dei sintomi. Devono essere costituite riserve di DPI disponibili in caso di necessità. La tentazione dei dirigenti, un po’ consumistica, in linea con l’architettura valoriale occidentale, di limitarsi all’acquisto di ventilatori meccanici e monitor da rianimazione, non risolve perché la professione del rianimatore e dell’infermiere di area critica non si inventa… e un letto di rianimazione ben attrezzato è inutile senza i professionisti che lo sappiano usare.

Pierantonio Furfori
Medico anestesista-rianimatore