Il Signore Gesù ha rivelato ai popoli la sua giustizia

Domenica 13 ottobre. XXVIII del Tempo ordinario
(2Re 5,14-17;  2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19)

38vangeloContinuando il viaggio verso Gerusalemme, Gesù e i suoi, invece di dirigersi direttamente verso sud, scendono nella valle del Giordano, e toccano la frontiera tra Galilea e Samaria. Dieci lebbrosi, da lontano, poiché la Legge proibiva loro di avvicinarsi ai sani, richiamano la loro attenzione implorando: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”.
È un grido semplice e breve, che scaturisce dalla loro misera condizione. La lebbra era una terribile malattia, ma per un israelita era qualcosa di devastante: chi era stato colpito dal morbo, era considerato socialmente morto. Doveva abbandonare la famiglia, non poteva partecipare a nessun aspetto della vita pubblica; non era nemmeno autorizzato a celebrare la fede: era escluso dalla liturgia, nel Tempio e in sinagoga.
Era condannato a vivere lontano dai centri abitati. Se avesse dovuto entrare in un villaggio, avrebbe dovuto agitare un campanello, urlando “impuro, impuro!”, cosicché la gente potesse allontanarsi. La lebbra era vista come un castigo di Dio per i propri peccati. Questi uomini, secondo la Legge, avevano il peccato scritto sulla pelle, e questo ne corrompeva tutta la persona.
Di questi dieci malati almeno uno è samaritano, cioè straniero; tra giudei e samaritani non correva buon sangue, ma, come talvolta accade, la sofferenza aveva abbattuto tutte le barriere, e si erano ritrovati riuniti nel dolore. La loro invocazione arriva al cuore del Signore, che dice loro di andare subito dai sacerdoti. Secondo la legge, dovevano andarci dopo essere guariti, per ottenere la riammissione nella comunità. Si fidano della Sua parola, e si incamminano, come se fossero già stati risanati, e, per la loro fede, guariscono.
È proprio la fede di questi uomini, la loro adesione a Gesù, che causa la guarigione. Dopo, nove di loro si dimenticano di Lui. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Nella disgrazia tutti, anche gli agnostici e gli atei, pregano. Dopo essere guariti, la preghiera, per molti, anche cattolici, si esaurisce. I nove hanno deciso di andarsene per la propria strada, immemori della grazia ricevuta.
Non colgono l’occasione per vivere il resto dei loro giorni alla luce della fede. “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?”. Gesù sembra stupito e un po’ deluso: non perché gli altri non sono tornati a ringraziarlo, ma perché il loro cammino di fede si è arrestato alla guarigione momentanea, senza accogliere la salvezza eterna, che la Grazia porta con sé.
Solo il samaritano cerca una relazione con Lui. La guarigione non gli basta. Proprio a lui Gesù dice: “la tua fede ti ha salvato!”. È passato dalla guarigione alla salvezza, da uno star bene momentaneo a una pienezza di vita. La salute è importante, ma non è sufficiente. Quello che conta davvero è la salvezza. L’esistenza non si realizza nello star bene fisicamente o economicamente, ma nell’essere, e rimanere, in comunione con Dio, nell’avere parte alla Sua vita immortale.
Che l’esempio di questo samaritano ci aiuti a riscoprire la gratitudine, ma soprattutto ci predisponga alla ricerca della Salvezza.

Pierantonio e Davide Furfori

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