Signore Gesù, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione

Domenica 8 settembre – XXIII del tempo ordinario
(Sap. 9,13-18; Fm 1,9-10.12; Lc 14,25-33)

28vangeloDomenica scorsa abbiamo ascoltato Gesù, ospite di un ricco fariseo, che spiegava che il segno distintivo del cristiano è l’umiltà. Ora riprende il suo cammino verso Gerusalemme. C’è una folla che lo accompagna, composta di discepoli, ma anche di curiosi. A tanti piacciono il suo stile, la sua franchezza e la sua prontezza di spirito. Forse qualcuno sogna una marcia trionfale verso la riconquista del regno di Israele sotto il suo comando. Ma lui, che ha già delineato il proprio percorso verso la croce, vuole accanto a sé discepoli, non ammiratori, né militanti, e chiarisce alcuni punti, per non generare illusioni o equivoci. «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo».
Parole dure, piene di sconcertante radicalità. Vuole liberarci da tutte le forme di idolatria, anche da quelle rappresentate dai legami familiari. Amare il padre e la madre è un comandamento, e Lui lo ha più volte ricordato, ma, se ostacola l’adesione al Signore, può essere ignorato. Molte vocazioni, anche illustri, e perfino elevate alla santità, sono entrate in conflitto con le famiglie, che si ribellavano alla chiamata. Ce ne sono state di abortite, perché il legame con la famiglia si è rivelato più forte di quello con il Signore. Non possiamo amare tutti nello stesso modo, i nostri amori devono avere una gerarchia ordinata.
Gesù ci chiede un atto che ha compiuto Lui stesso nei confronti della sua famiglia, vuole da noi una rottura che si apra ad un amore diverso, nel quale Dio ha il primato, e la famiglia ha il suo posto, ma senza il potere idolatrico di legare. Non è totalitario: non esclude l’amore coniugale, o l’amicizia, ma ci ricorda che l’amore per Lui è più importante, e gli altri non possono rappresentare ostacoli, né causare ritardi o contraddizioni. «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». Ci propone un regime degli affetti duro e faticoso: dobbiamo portare con noi lo strumento per sopprimere il nostro egoismo. Dobbiamo imparare da Lui, sempre, anche quando sarà condannato, torturato e ucciso. Essere suoi discepoli non è un’esperienza fuggevole e aleatoria, da provare per curiosità.
È la decisione di rispondere a una chiamata, un “si” ponderato, che non obbedisce alle emozioni del momento. Non fa propaganda per le vocazioni, anzi dissuade, non nascondendo le difficoltà. La scarsità di vocazioni è stata talvolta cattiva consigliera, e in qualche caso non ha permesso di discernere e riconoscere coloro che avrebbero avuto difficoltà oggettive alla sequela di Gesù. «Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa, per vedere se ha i mezzi per portare a termine i lavori?» La vocazione necessita di calma, di silenzio, di esame di se stessi.
È il discernimento, per percepire la voce del Signore non fuori di noi, nelle parole di un altro, ma nel nostro cuore, là dove Dio ci parla personalmente. Là, con realismo, acquistiamo consapevolezza di ciò che siamo, e possiamo giungere a una scelta; anche facendoci aiutare da chi è più avanti di noi nella vita secondo lo Spirito, ma senza dimenticare che la scelta è solo nostra, personalissima, ed è per sempre, non ha la scadenza.

Pierantonio e Davide Furfori

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