Porti chiusi ai rifugiati, aperti alle armi

29migrantiSono parole forti quelle pronunciate dal Papa all’udienza con la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali (Roaco) lo scorso lunedì 10 giugno. Parole ribadite in diverse parti del suo discorso, con le quali Francesco ha sottolineato la grave situazione che colpisce diverse parti del mondo a causa delle guerre e della fame: “Penso con tristezza, ha detto, al dramma della Siria e alle dense nubi che sembrano riaddensarsi su di essa in alcune aree ancora instabili e ove il rischio di una ancora maggiore crisi umanitaria rimane alto. Quelli che non hanno cibo, quelli che non hanno cure mediche, che non hanno scuola, gli orfani, i feriti e le vedove levano in alto le loro voci… Ma a volte penso anche all’ira di Dio che si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre. Questa ipocrisia è un peccato”.
Il pensiero è andato anche all’Ucraina “perché possa trovare pace la sua popolazione.
Sentire una persona mite di aspetto come Francesco parlare di “ira di Dio”, lui che è sempre pronto a presentare di Dio il volto materno e paterno, il cuore colmo di misericordia, la capacità di perdono, dà la netta impressione di un animo scosso da tante brutture che sembrano non trovare soluzioni se queste vengono affidate alla semplice volontà umana.
Ancora: “Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini. Questa è l’ipocrisia della quale ho parlato”.
Un richiamo allo stretto rapporto che esiste tra le tante guerre sparse per il mondo e la produzione di armi che è “privilegio” di pochi Paesi, che su quel commercio si arricchiscono.
Il pensiero non può non andare all’Italia, che chiude i porti alle Ong che salvano i migranti e non trova la forza politica per impedire alle navi container che trasportano armi di attraccare nei porti nazionali e la vendita di armi a paesi in guerra.
Secondo i dati della Relazione al Parlamento pubblicata nel 2019 il 72,8% dell’export di armi italiano è destinato a Paesi che non fanno parte del blocco euro-atlantico (quindi extra-Ue ed extra-Nato). A livello mondiale l’Italia è tra i primi dieci Paesi esportatori di armi.
Il coordinamento tra varie organizzazioni che contrastano la produzione e la vendita di armi, sottolinea uno sbilanciamento verso l’Asia e il Medio Oriente, ben sapendo che le armi vanno nel Paese limitrofo e poi da lì transitano verso le zone di conflitto. Data la scarsa attenzione dimostrata dai governi, la speranza si lega ad una crescita della sensibilità dell’opinione pubblica su questi temi.

Antonio Ricci

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