Verso una Legge di Bilancio nella quale mancano le prospettive di crescita economica

Definite dal governo italiano le linee guida della nota di aggiornamento al Def. Si delinea una manovra con tanta spesa pubblica ma senza investimenti

37ConteAutunno, tempo di Legge di Bilancio e un vertice di maggioranza ha sancito le linee guida della nota di aggiornamento al Documento di economia finanza (Def), cioè l’atto che contiene “i numeri” su cui dovrà essere costruito il Bilancio dello Stato per il 2019.
Nelle intenzioni del governo, le uscite dello Stato, nel prossimo anno, potranno superare le entrate di una misura pari al 2,4% del Prodotto interno lordo (Pil). Il Ministro dell’Economia aveva promesso che la misura del deficit sarebbe stata in realtà inferiore, pari all’1,6%.
Di fronte a questo “cedimento” sono poco comprensibili sia il gelo della Commissione Europea, sia le dure critiche di opposizione e stampa: nella legislatura precedente, il rapporto tra deficit e Pil è oscillato tra il 3% del 2014 e il 2,3% del 2017, con un tasso di crescita economica non più alto di quello stimato per il 2019 e con un debito pubblico, oggi come allora, attorno al 130% del Pil.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il vicepresidente Matteo Salvini
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il vicepresidente Matteo Salvini

Certo, rispetto ai precedenti governi pesa il palese antieuropeismo di Lega e 5 Stelle, che porta gli osservatori a giudicare le loro mosse con più sospetto. Tuttavia, sarebbe auspicabile una dose maggiore di onestà intellettuale da parte di tutti, a partire dalla opposizione: nell’estate 2017 fu il segretario del PD a proporre di fissare al 2,9% il rapporto deficit/pil e in passato lo stesso Renzi, al pari di Salvini e Di Maio, non risparmiò critiche e minacce all’Ue sul rispetto dei vincoli di bilancio.
Insomma, in vista della battaglia sul bilancio, le polveri dell’opposizione sono umide, nonostante i tanti limiti dei provvedimenti annunciati. L’esempio più significativo riguarda l’ammorbidimento della legge previdenziale, un provvedimento inattaccabile sotto il profilo della giustizia, a meno che non si voglia difendere la scelta di Monti e Fornero di fare pagare l’intero prezzo della crisi ai lavoratori, impedendo loro il pensionamento anche dopo oltre 40 anni di lavoro.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il viceministro Luigi Di Maio
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il viceministro Luigi Di Maio

Il grave limite della misura anti-Fornero non sta nel costo – non lontano da quello degli 80 euro dati a chi aveva un lavoro stabile, per esempio – ma dal non essere affiancato da misure in favore delle fasce giovanili: per riequilibrare il precariato lavorativo, per l’università, le giovani coppie e l’infanzia non ci saranno risorse. Sul reddito impropriamente detto “di cittadinanza”, abbiamo già scritto: verrà associato a percorsi di inserimento lavorativo, ma con Centri per l’Impiego (9 mila dipendenti, contro i 100 mila della Germania) impreparati ad una gestione efficiente dello strumento: il rischio concreto sarà quello di una misura assistenzialistica, in cui si annideranno aree di furbizia, che si sovrapporrà, senza un ben preciso disegno di politica sociale, ad una miriade di altri programmi assistenziali, come il Reddito di Inclusione, ben progettato ma privo di risorse.
In vista anche un nuovo condono, ribattezzato “pace fiscale”, che fornisce la cifra esatta di un governo che si vuole definire del cambiamento. In definitiva, si delinea una manovra caratterizzata da due fattori. Il primo consiste in tanta spesa pubblica aggiuntiva ma senza nulla alla voce investimenti: il vero motore della crescita economica, dopo i tagli degli ultimi decenni, non trova finanziamenti nemmeno per il 2019. E dire che tra manutenzione di infrastrutture pubbliche e prevenzione del dissesto idrogeologico ci sarebbe molto da fare. Il secondo è che, come da 18 anni a questa parte, non vi è alcun interesse a ridurre quell’enorme peso che incombe sull’Italia che è il debito pubblico, i cui interessi – destinati a salire nel 2019 – si “mangiano” l’8% del bilancio dello Stato.
Le tardive dichiarazioni del ministro Tria (“ridurremo il debito dell’1% all’anno”) appaiono non credibili, sommerse da l’atteggiamento giacobino di chi, privo di una complessiva idea della direzione verso la quale guidare il Paese, alimenta a settimane alterne paure e attese mirabolanti, generando di volta in volta capri espiatori o macchiettistiche scene di trionfo (per che cosa non si sa) dai balconi del potere.

Davide Tondani

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