Domenica 16 agosto – XX del Tempo Ordinario
(Is 56,1.6-7 Rm 1,13-15.29-32 Mt 15,21-28)
A chi appartiene la salvezza? Si salva chi ha conosciuto il Signore o si salva chi cerca di seguire il Signore malgrado tutto? Se nelle domeniche scorse abbiamo sentito dell’invito di Dio ad affidarci a Lui, e notato quanto si prende cura dell’uomo, oggi siamo chiamati a riconoscere che, a fare la differenza, non è l’appartenenza o l’identità personale ma la solida fiducia in Dio.
Rimarrà sempre un pericolo per i cristiani che si adagiano sul fatto di essere cristiani, e alla lunga perdono ogni fervore e per di più la fede, perché essa viene ridotta, limitata alla routine di alcune pratiche. La donna cananea ci offre la testimonianza di una fede forte e limpida. Non sono pochi i cristiani che gioiscono e sono infervorati quando tutto va bene, ma alla prima tribolazione accusano perfino Dio perché è toccata a loro. La straniera cananea ci ricorda un insegnamento di Cristo: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt21, 13).
Quella straniera ci insegna che la vita cristiana deve essere una vita di umiltà, dove ognuno dovrebbe riconoscersi bisognoso non solo degli altri ma soprattutto di Dio. “Pietà di me Signore Figlio, di Davide!”, ecco la sua professione di fede. Qui lei professa la sua fiducia in Cristo che riconosce come Signore, ma anche figlio di Davide. Implora la sua onnipotenza divina, ma interpella anche la Sua compassione umana, come per dire, tu che sei vero Dio e vero uomo non puoi abbandonarmi.
Si potrebbe obiettare che lei abbia ripetuto semplicemente parole sentite. Ma alla risposta provocatoria di Gesù che potrebbe togliere ogni speranza a chiunque è già in preda alla sofferenza ed estenuato dal gridare – Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele – la donna rimane convinta che non c’è più nessuno dopo di Lui che possa esaudire la sua richiesta. La sua insistenza è così forte che i discepoli stessi chiedono al Maestro di esaudirla, l’unico modo per farla tacere.
Lei si avvicinò e si prostrò dinanzi a Lui. La donna perseverante, dopo le gride la sua professione di fede, ora eccola ai piedi di Gesù prostata e di nuovo disse: Signore aiutami! Ora chiede aiuto dopo aver chiesto pietà. Gesù ancora più crudele sembra negarle ogni aiuto – non è bene dare il pane dei figli ai cagnolini – ma la donna convinta di chi ha davanti non ha nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire l’opportunità, l’unico che può salvare la figlia è di fronte a lei, così invece di perdere la speranza trova la risposta giusta, quella dettata dalla fede autentica, e non dalla sola ragione – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola – Gesù di fronte a tale fede è disarmato, aveva davanti una vera fedele che sa cosa vuole e a chi sta chiedendo, l’autore della vita stessa. La fede autentica non è questione di logica o di scienza è semplicemente la ferma fiducia in Colui a cui nulla è impossibile.
Don Jules Ganlaky



