Talebani in visita a Bruxelles: il pragmatismo spietato dell’Europa

Esponenti del regime afghano a Bruxelles per discutere misure che “facilitano” il rimpatrio, dei cittadini afghani non aventi diritto di residenza nella UE o qui condannati per reati gravi. La Commissione UE minimizza ma i Talebani hanno definito l’incontro “storico” e dichiarato di avere discusso del rafforzamento le relazioni diplomatiche

La sala riunioni della Commissione Europea (Foto Commissione Europea)

Talebani a Bruxelles: potrebbe sembrare l’inizio di un incubo o il titolo di una delle numerose serie televisive sulle società distopiche che tanto successo di pubblico e critica riscuotono tra i telespettatori abituati a vivere in democrazia. Invece no: si tratta di una notizia reale: lo scorso 23 giugno, un gruppo di cinque esponenti del regime afghano (attualmente una delle teocrazie più violente, feroci e oscurantiste del mondo), guidato da Abdul Qahar Balkhi, portavoce del Ministero degli affari esteri dell’Emirato islamico, ha incontrato a Bruxelles i rappresentanti di 15 Paesi membri della UE, per discutere le modalità di espulsione e rimpatrio dei cittadini afghani colpevoli di gravi reati o che, risiedendo illegalmente sul territorio europeo, potrebbero rappresentare una minaccia per la sicurezza.
A detta della Commissione europea, si è trattato di un’azione volta a rispondere alla richiesta, avanzata da 20 Stati dell’Unione, di adottare adeguate misure per “facilitare” (più realisticamente “accelerare”) il rimpatrio, sia volontario che forzato, dei cittadini afghani non aventi diritto di residenza nella UE o qui condannati per reati gravi.
Tra i firmatari, anche l’Italia, che evidentemente ritiene i profughi afghani, legalmente presenti sul suo territorio e che costituiscono lo 0,03% della popolazione (dati ISTAT), un potenziale pericolo per la sicurezza nazionale. L’incontro (non il primo in realtà, un altro si era svolto a gennaio in Afghanistan), sempre stando a quanto dichiarato dai portavoce della Commissione europea, ha affrontato temi di natura prettamente “tecnica”, identificazione di persone, rilascio di documenti, procedure di “rientro”, e non ha avuto alcuna attinenza con un eventuale futuro riconoscimento della legittimità del governo talebano da parte della UE.
Nel quadro del nuovo regolamento europeo sui rimpatri, infatti, la cooperazione finalizzata ad una gestione funzionale delle operazioni necessarie a tale scopo, non implica, né esplicitamente, né implicitamente, il riconoscimento diplomatico del governo con cui si viene a trattare. I talebani, tuttavia, sono parsi di diverso avviso: Abdul Qahar Balkhi ha definito l’incontro “storico”, la prima visita ufficiale dell’Emirato presso le Istituzioni della UE e ha dichiarato di avere discusso della riapertura delle sedi consolari in Europa e della necessità di rafforzare le relazioni diplomatiche.
E come dar loro torto: l’invito ufficiale c’è stato e nonostante il riserbo su nomi e nazionalità dei delegati europei (pare per motivi di sicurezza) è indubbio che si sarà trattato di funzionari autorevoli e di rilievo. Punti di vista divergenti a parte, l’Unione Europea sa perfettamente che il diritto internazionale vieta il rimpatrio di profughi in Paesi non considerati sicuri, Paesi che non garantiscono il rispetto dei più elementari diritti umani ed è altrettanto consapevole, che dalla presa di potere dei talebani nell’agosto del 2021, l’Afghanistan ha conosciuto una spirale discendente di miseria e repressione.
Libertà soffocate, diritti calpestati, persecuzioni, sparizioni, esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture, trattamenti inumani e degradanti, e una gravissima crisi alimentare. Donne e bambine, in particolare, subiscono ogni genere di privazioni e vessazioni, in un sistema di “apartheid di genere” che non ha eguali in nessuna altra parte del mondo. Ignorare strumentalmente tutto questo, per favorire una discutibile politica di rimpatri che non renderà l’Europa né più prospera, né più sicura (anche se gioverà sicuramente ai tanti che su pregiudizi e paura hanno costruito brillanti carriere politiche) è pericoloso e irresponsabile.
Questo pragmatismo spietato, spinto oltre i limiti della decenza, assieme ai doppi standard di Bruxelles – sostegno agli oppressi ucraini, ma non a quelli palestinesi o afghani – è talmente in contrasto con i valori fondanti e costituivi dell’Unione Europea da minacciare la sua stessa esistenza. Un paradosso oscuro che potrebbe davvero trasformare un sogno di pace come quello dell’Europa unita in un incubo distopico, proprio come quelli tanto apprezzati oggi in tv.

Giovanna Bianchi