Nel luglio 2001 la repressione dei movimenti alternativi al modello di sviluppo economico propugnato dai leader della Terra al G8. Le violenze e la delegittimazione mediatica dei “no global” dispersero un movimento le cui tesi, a distanza di un quarto di secolo, si sono dimostrate profetiche
Venticinque anni fa, tra il 19 e il 22 luglio 2001, circa 200.000 persone giunsero da ogni parte del mondo per ritrovarsi a Genova; fu il più diffuso e organizzato movimento internazionale di massa contro le politiche attuate dal G8, il forum dei paesi tra i più e ricchi e influenti del Pianeta, che per alcuni anni comprese anche la Russia.
Ai manifestanti, genericamente detti “No Global”, vennero presto associati, senza un briciolo di onestà, ma con tanta fantasia, insulti ed epiteti di ogni tipo: “poltiglia umana”, “bombaroli, luddisti, tossicodipendenti della sassaiola, squadristi delle tute bianche”, “ciarpame di terzomondismo zapatista”, “anarcoidi”, e anche definizioni meno ricercate, come le assai più viscerali “ladri e spacciatori” e le sempreverdi “drogati, prostitute e delinquenti”.
Tuttavia, nonostante il malanimo della quasi totalità di stampa e tv, allineate sulle posizioni allarmiste del governo Berlusconi insediatosi due mesi prima, la realtà dei fatti risultava ben diversa.
Il Genoa Social Forum, era una rete di oltre 1180 gruppi, associazioni e movimenti diversissimi tra loro, provenienti da ogni parte del globo. Includeva ONG e associazioni come Oxfam, Madres de Plaza de Mayo e Amnesty International; organizzazioni sindacali, dai Sem Terra brasiliani alla Confédération Paysanne di José Bové; numerosissimi gruppi religiosi e interreligiosi; movimenti femministi, centri sociali, associazioni ambientaliste e partiti politici. Vi erano poi realtà che operavano per un’economia di giustizia, come Banca Etica, ATTAC e Drop the Debt; reti nazionali come la Rete di Lilliput o globali come il World Social Forum di Porto Alegre, la Global March contro il Lavoro Minorile (al cui segretario Kailash Satyarthi verrà assegnato, nel 2014, il Premio Nobel per la Pace) e la Rete antirazzista europea.
Insieme a molti altri ancora, formavano un mosaico variegato e cosmopolita, ben lontano dalla rappresentazione grottesca e minacciosa trasmessa dai media: migliaia di persone che credevano davvero che un mondo diverso, più umano e più giusto, fosse possibile.
Cosa avvenne da venerdì 20 luglio in poi è noto: gli scontri di piazza, le devastazioni dei Black bloc, le cariche della polizia, l’uccisione di Carlo Giuliani. Giorni bui, resi ancora più oscuri dalla narrazione calunniosa che ne fu fatta. Non erano mai abbastanza le infamanti parole riversate su quell’esile corpo steso in piazza Alimonda: da “un drogato che viveva di espedienti”, a “un punkabbestia con precedenti penali”.
E poi altri scontri, altri pestaggi; l’assalto, violentissimo, alla scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. Il tutto in un contesto di falsità mediatiche, dichiarazioni mendaci e depistaggi istituzionali.
La violenza, fisica e ideologica, di quei giorni non fece vittime solo tra i manifestanti, soffocò gran parte delle speranze che avevano animato il movimento e distolse completamente l’attenzione dalle proposte sulle quali cui il Social Forum lavorava da oltre un anno. Perché il GSF fu molto di più di “una contestazione”, come solo vorrebbe ricordarlo la cattiva coscienza collettiva: fu un formidabile laboratorio transnazionale di idee e azioni alternative che mise in campo a Genova incontri, dibattiti e workshop su temi che erano, e sono tutt’oggi, di importanza vitale per l’Umanità: il clima, le migrazioni, il predominio della finanza, i beni comuni come acqua, terra e biodiversità, la guerra e la pace, il debito dei paesi poveri. Le istanze del movimento non si concentrarono esclusivamente sulla critica alla globalizzazione neoliberista, ma proponevano un differente modello di sviluppo mondiale, più umano, più equo, più sostenibile.
Tra le proposte spiccavano modelli di economia solidale, la promozione globale dei diritti dei lavoratori e dei migranti, la riforma delle istituzioni finanziarie mondiali, pratiche di transizione ecologica per contrastare il mutamento climatico, molteplici forme di opposizione alle guerre e al riarmo. Genova offrì al mondo una via d’uscita da un baratro imminente e la possibilità di un futuro migliore.
Oggi, a venticinque anni di distanza, ci troviamo a guardare con i nostri occhi la verità paventata e denunciata con lungimiranza dagli attivisti: l’emergenza climatica, le oscene e crescenti disuguaglianze socio-economiche, la disperazione di milioni di migranti che fuggono da crisi climatiche, umanitarie e alimentari di proporzioni epocali; il permanente stato di guerra e la folle corsa mondiale al riarmo pagata con i tagli a sanità e istruzione: prove tangibile che quel “modello di sviluppo” contestato nel 2001 era intrinsecamente insostenibile e che il vituperato, malmenato e calunniato “popolo di Genova” aveva e ha ancora oggi, ragione.
Giovanna Bianchi



