Voi stessi date loro da mangiare

Domenica 2 agosto – XVIII del Tempo Ordinario
(Is 55,1-3 Rm 8,35.37-39 Mt 14, 13-21)

Le pagine della Sacra Scrittura che la liturgia ci propone sembrano scritte per un’altra epoca. La realtà sociale che ormai caratterizza tutto il pianeta non sembra affatto riflettere il volto di un Dio custode amorevole, che provvede gratuitamente alle necessità degli uomini.
Il libro del profeta Isaia insiste su un invito “O voi assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite comprate senza denaro”. Di sicuro nel mondo, senza denaro non puoi comprare, non puoi mangiare, non puoi curarti, chi è senza denaro è dimenticato da tutto e da tutti. Allora di cosa parla il vangelo di Gesù che nutre una folla solo con cinque pani e due pesci? Perché non lo fa oggi in quei luoghi dove la fame, senza nominare altre calamità, regna da padrona, e guida la vita degli umani che non sanno nemmeno più cos’è la fede o la dignità?
Tale vangelo è difficile da proclamare oggi, sembra quasi di prendere in giro le persone, di girare il coltello nelle loro ferite. Perfino la risposta di Gesù alla domanda dei discepoli su come fare per sfamare la folla sembra derisoria: “voi stessi date loro da mangiare”, come per dire arrangiatevi, pensateci voi.
In realtà i vangeli raccontano la cruda verità della vita di Cristo che non è un mago, che non agisce secondo le categorie umane, di azione e reazione. Nel Vangelo odierno Matteo racconta che Egli andò via quando seppe che Giovanni il Battista – il più grande tra i nati da donna al quale non sono risparmiate l’ingiustizia e la morte crudele (Mt11, 11) – era morto e si ritirò in un luogo deserto, ma la folla lo raggiunse anche lì. Cristo vide la folla e ne ebbe compassione. Quante volte ha avuto compassione delle folle, ma non ha mai posto una fine per sempre alla sofferenza, alle tribolazioni, e altre calamità che colpiscono l’uomo su questa terra.
In realtà Cristo rimane l’unico che può salvare l’uomo e tutta la creazione perché sono opera Sua. Il problema è proprio dell’uomo che insiste a impegnare i suoi guadagni per ciò che non sazia, per ciò che non è pane dice Isaia. Cristo continua ad avere compassione dell’uomo, continua a guarire, a sfamare, ma purtroppo il Suo invito a pensarci noi stessi non è mai compreso. Il suo invito è diventare ciò che siamo, custodi uno dell’altro come viene ricordato a Caino (Gn4,9).
Di fronte alle molteplici calamità che oggi colpiscono pesantemente tutta l’umanità dovremmo davvero scoprire il senso dell’essere custodi gli uni degli altri, senza mai perdere la fede in Colui che ci ha creato. Le parole di San Paolo sono piene di speranze: chi ci separerà dalla mano di Dio, dal Suo Amore? Amore che sinceramente spesso non riusciamo a cogliere a causa della sofferenza, della persecuzione, dell’angoscia, della fame, della nudità, della morte, ma in tutte queste cose siamo più che vincitori in Cristo che ci ha amati (Rm 8, 39).

Don Jules Ganlaky